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TERZO MOMENTO:  L’Ethos come ideale morale, il significato etico della Filosofia dello spirito

TERZO MOMENTO: L’Ethos come ideale morale, il significato etico della Filosofia dello spirito

 

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TERZO MOMENTO

Il significato etico della Filosofia dello spirito:
l’eticità assoluta o ‘Ethos’ come ideale morale naturale
di reinserimento dell’essere umano nella natura
a livello di spirito e materia

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La comprensione della ragione assoluta come essenza naturale dell’essere umano consente a Hegel di elaborare finalmente la nuova teoria morale naturale, da lui espressa in forma d’ideale giovanile nei frammenti del periodo di Tubinga e Berna. 
La naturalità di questa teoria deve consistere nell’indicazione all’essere umano di un senso della sua esistenza, che non ne mortifichi la concreta costituzione naturale, ma al contrario ne consenta una completa realizzazione.
Da questo punto di vista allora il principio fondamentale dell’etica hegeliana è che il senso dell’esistenza dell’essere umano è di vivere secondo la propria essenza naturale, ossia realizzando la ragione assoluta e creatrice. Tale principio fondamentale può esser definito in generale come l’Ethos hegeliano (o più in generale dell’idealismo assoluto). 
Vediamo ora con più precisione cosa ciò significhi.

L’Ethos come ideale etico...

Innanzitutto occorre riflettere sul concetto astratto dell’Ethos, ossia sul concetto dello spirito, che è il risultato finora raggiunto tramite l’analisi del significato della filosofia di Hegel alla luce della sua genesi. Il Logos, infatti, in quanto essenza razionale naturale dell’essere umano costituisce la struttura fondamentale dello spirito. A tal proposito bisogna dunque confrontarsi con l’interpretazione della Filosofia dello spirito, la sezione del sistema filosofico hegeliano in cui è appunto trattato tale concetto.
Se noi interpretiamo la filosofia dello spirito di Hegel come un divenire in linea retta, allora la forma finale di sviluppo dello spirito è la conoscenza di se stesso in forma pura, ossia il pensiero che pensa se stesso, lo spirito assoluto. La propria autocoscienza assoluta sarebbe allora, da questo punto di vista della linearità, il senso della vita dello spirito e costituirebbe il momento più alto della sua vita. Questo è un errore compiuto da tanti interpreti attuali e del passato, i quali, interpretando in senso lineare la filosofia dello spirito contro le indicazioni dello stesso Hegel, hanno parlato per es. di un ‘passatismo’ di Hegel, ossia del suo prediligere il momento della teoresi (spirito assoluto) come momento più alto della vita umana rispetto alla prassi (spirito oggettivo). Per tal motivo il pensiero sarebbe sempre in ritardo rispetto alla realtà storica, la quale avrebbe una propria autonomia rispetto al pensiero, il quale non si realizzerebbe in essa, non la governerebbe. 
Tramite le riflessioni seguenti si vuole, al contrario, dimostrare che la Filosofia dello spirito, come del resto ogni altra sezione del sistema filosofico hegeliano, e il concetto dello spirito, come ogni suo concetto, non sono da interpretare secondo una prospettiva lineare, bensì circolare; e il circolo non conosce il significato né della parola ‘fine’ né della parola ‘inizio’.
Così Hegel a tal riguardo:

 

“Ciascuna delle parti della filosofia è un tutto filosofico, un circolo che si chiude in se stesso; ma l’idea filosofica vi è dentro in una particolare determinatezza o elemento. Il sin­golo circolo, poiché esso è in sé totalità, sfonda anche i limiti del proprio elemento e fonda una sfera ulteriore. Il tutto si presenta così come un circolo di circoli, del quale ciascuno è un momento necessario, di modo che il sistema dei loro peculiari elementi costituisce l’intera idea, la quale appare altresì in ciascuno di essi.” (trad. dell’autore).

Jedes der Theile der Philosophie ist ein philosophisches Ganzes, ein sich in sich selbst schließender Kreis, aber die philosophische Idee ist darin in einer besondern Bestimmtheit oder Elemente. Der einzelne Kreis durchbricht darum, weil er in sich Totalität ist, auch die Schranke seines Elements und begründet eine weitere Sphäre; das Ganze stellt sich daher als ein Kreis von Kreisen dar, deren jeder ein nothwendiges Moment ist, so daß das System ihrer eigenthümlichen Elemente die ganze Idee ausmacht, die ebenso in jedem Einzelnen erscheint.” (Enz. 1830, § 15, ora in GW 30, p. 56)

 

Sulla base di questa rappresentazione geometrica vediamo ora quali conseguenze siano da ricavare in rapporto all’interpretazione della Filosofia dello spirito di Hegel.
Il senso dello sviluppo del concetto di spirito è il pensiero che pensa se stesso, lo spirito assoluto. A sua volta però - e qui entra in gioco la circolarità - lo spirito assoluto ha un proprio senso, un proprio compito: esso deve rendere l’eticità (lo spirito oggettivo) consapevole di sé. D’altra parte anche l’eticità ha un proprio senso, un proprio compito, giacché essa deve conferire un significato spirituale alla naturalità biologica e psicologica dello spirito (lo spirito soggettivo), ossia dirigerne gli istinti materiali e consumativi verso mete spirituali, creative e sociali.
Vi è allora nella circolarità dello spirito un duplice movimento: l’inevitabile naturalità individuale ed egocentrica dell’essere umano (lo spirito soggettivo) ha il proprio senso, ossia il proprio compito, nella formazione delle istituzioni intersoggettive e comunitarie, dunque nell’eticità (lo spirito oggettivo); l’eticità, da parte sua, ha il proprio compito e scopo nella religione e nella filosofia, quindi nell’elevare lo spirito soggettivo dalla coscienza individuale a quella assoluta (lo spirito assoluto).
Questa linea di sviluppo conduce dallo spirito soggettivo allo spirito as-soluto e segna quindi l’andamento proprio dell’esposizione hegeliana. Allo spirito assoluto lo sviluppo però, in base al principio della circolarità, non s’arresta, ma continua: la religione e la filosofia, ossia le forme principali dello spirito assoluto, non sono fini a se stesse, ma hanno a loro volta anche uno scopo e un compito, giacché devono rendere l’eticità (spirito oggettivo) consapevole di sé; a sua volta l’eticità non conduce solo in una direzione verso lo spirito assoluto, ma ha anche un riferimento, per così dire, all’indietro o comunque nella direzione opposta, in quanto essa ha il compito di conferire un significato spirituale agli istinti materiali e in generale alla costituzione materiale e individuale dell’essere umano (lo spirito soggettivo).
La visione dell’essere umano che deriva dalla Filosofia dello spirito, se-condo questa interpretazione circolare del sistema hegeliano ben più complessa e articolata che non quella, dopo tutto semplicistica e superficiale, fondantesi soltanto sulla linearità, è allora la seguente (1): l’essere umano è, nella propria soggettività empirica, istintività materiale ed egocentrica (spirito soggettivo); nella propria soggettività assoluta esso è, invece, il lume della conoscenza e della rivelazione della ragione assoluta come della propria essenza (spirito assoluto); tali due immense forze, la forza della materia negli istinti materiali, caratterizzati dalla necessità e dall’inconsapevolezza, e quella del Logos nell’autocoscienza assoluta dello spirito, caratterizzata da libertà e autoconsapevolezza, convergono nella costituzione del mondo dell’eticità, ossia nella conversione degli istinti materiali (spirito soggettivo) in ideali etici (spirito oggettivo). L’eticità si manifesta esteriormente nelle istituzioni intersoggettive che l’essere umano crea sulla terra; esse sono il ‘regno’ che l’essere umano costruisce per sé nella natura: famiglia, società civile (2) e Stato.
Il senso ultimo della vita umana nel mondo, dal punto di vista del sistema filosofico hegeliano, è allora in senso lineare lo spirito assoluto, dunque l’autocoscienza assoluta. Considerando però tale sistema da un punto di vista circolare, l’unico in ultima analisi fedele alle precise indicazioni fornite dallo stesso Hegel, il senso ultimo del mondo è costituito dalla vita per le istituzioni intersoggettive, dunque per l’Ethos. Lo spirito assoluto, infatti, ha anch’esso un proprio compito, consistente nella costituzione dello Stato nel senso più alto dell’espressione, ossia come regno etico che l’essere umano, in quanto  comunità o popolo, costruisce per la propria specie nella natura (lo Stato etico includente in sé le istituzioni familiari e sociali).
A proposito del concetto di ‘popolo’, v’è da dire che esso, da un punto di vista idealistico-assoluto, che costituisce evidentemente il ‘contenuto umano’ di ogni Stato, esso non è da riferirsi a un popolo ben determinato, distinto dagli altri popoli, bensì all’umanità tutta, unificata dal fatto che tutti gli esseri umani sono nella propria essenza naturale spirito, Logos. In riferimento a questo concetto è pertanto necessaria una riforma o attualizzazione della versione dell’idealismo assoluto, offerta da Hegel (3).
Il movimento circolare dell’assoluto, grazie all’adozione del procedimento dialettico descritto ora in modo estremamente chiaro e preciso (almeno per quanto concerne le linee generali), non si chiude mai, ma ha un grado del proprio sviluppo in cui le forze attive fondamentali (materia e Logos, istinti e ragione, necessità e libertà) si concentrano e convergono trasformando l’astratto in concreto, il possibile in effettivamente reale (wirklich): ciò avviene nel grado dell’eticità. La causa finale del mondo, ossia l’esistenza libera e consapevole della ragione assoluta e creatrice, dunque del Logos, diventa reale nella vita etica creativa dell’essere umano, ossia nell’Ethos.
La filosofia di Hegel è, allora, una teoria religiosa (nel senso ovviamente della religione razionale kantiana) che ha un significato etico. Tutta la sua impalcatura serve a comprendere il concetto dell’essere umano e le strutture fondamentali della sua vita (4). L’essere umano è il luogo di convergenza delle due forze fondamentali dell’essere, la materia (gli istinti) e lo spirito (il Logos). Queste due forze si ‘incontrano-scontrano’ nella vita dell’essere umano, dando luogo alla sua esistenza esteriore e oggettiva: l’eticità o Ethos. L’Ethos è il senso della vita dell’essere umano nel mondo e contemporaneamente, come realizzazione della ragione assoluta creatrice agente nei vari soggetti umani individuali, è il senso dell’esistenza del mondo.
Tal è, dunque, la struttura del concetto astratto dell’Ethos. Esso è il concetto filosofico implicito nella rappresentazione cristiano-originaria dell’avvento del regno di dio. Grazie a questo concetto Hegel ha realizzato l’ideale morale costituente il fondamento originario dello svolgimento del proprio pensiero. Si tratta però soltanto del concetto astratto dell’Ethos. Ciò che si è finora analizzato è, infatti, il concetto dello spirito in generale o nella sua astrattezza. Ma ciò che interessava a Hegel era comprendere il senso della vita umana individuale, quindi il concetto di un essere umano determinato, di te, di me, di noi. Per giungere alla comprensione dell’essere umano nella sua individualità specifica occorre scendere ancora più in profondità nella filosofia etica del grande filosofo svevo.

...naturale...

Come si è detto, il concetto fondamentale dello spirito è portare all’esistenza gli istinti naturali (le forze della natura) filtrati, per così dire, dall’autocoscienza universale (la forza della ragione assoluta o spirito assoluto) tramite la creazione delle istituzioni del mondo etico oggettivo dello spirito: la famiglia, la società civile e lo Stato.
Tali tre gruppi d’istituzioni etiche fondamentali, nel loro aspetto soggettivo, sono i valori morali dell’essere umano e devono costituire il senso da dare alla propria vita, se si vuol realizzare la propria essenza creatrice: l’amore è il valore della famiglia, il lavoro della società civile, l’umanità tutta (e non soltanto la propria patria) è, infine, il valore implicito nell’istituzione dello Stato.
L’essere umano singolo, lo spirito individuale, realizza il proprio spirito, ossia la propria essenza naturale, nel momento in cui entra nel meccanismo attivo in queste tre istituzioni, che è poi il meccanismo della vita sociale: si tratta del meccanismo intersoggettivo del ‘riconoscimento’. Si tratta della struttura che opera all’interno di quelle tre istituzioni e fa sì che il singolo individuo esca dalla propria ‘cattiva’ soggettività, ossia dalla propria istintività naturale e dalla limitatezza del proprio io empirico, ed entri nel rapporto intersoggettivo delle autocoscienze, fondamento della costituzione del mondo oggettivo dello spirito, il mondo sociale e storico.
L’individuo in sostanza, per realizzare il proprio spirito e dare un senso alla propria esistenza, deve entrare nel meccanismo del riconoscimento delle auto-coscienze, deve riconoscere e farsi riconoscere, e così può accedere a quello che Hegel chiama ‘il regno dello spirito’, l’universo etico. Egli esprime ciò molto bene per es. al §436 dell’Enciclopedia del 1830:

 

“La religione è una delle questioni più im­portanti della nostra vita [...]; a tutte le situazioni ed azioni più importanti della vita [degli uomini], da cui dipende la loro felicità privata, già alla nascita, al matrimonio, alla morte, ai funerali, viene sempre mescolato qualcosa di religioso.” (trad. dell’autore, trad. completa it. in  SG 1, 167).

“Religion ist eine der wichtigsten Angelegenheiten unsers Lebens. [...]; allen wichtigen Begebenheiten, Handlungen des Lebens [der Menschen], von denen ihr PrivatGlük abhängt, schon der Geburt, der Ehe, dem Tode und Leichenbegängnis wird etwas reli-giöses beigemischt -” (Text 16, in  GW 1, p. 83,3-5 + 14-17)

 

Questa “oggettività reale come reciprocità”, il regno dello spirito, nel suo sviluppo temporale è la storia; in primo luogo la storia della propria famiglia, del proprio mestiere (della propria corporazione) e del proprio popolo; ma anche e soprattutto la storia dell’umanità tutta, la storia universale. Come tale essa è storia del mondo e manifestazione dello spirito, ossia della ragione assoluta, nel mondo.
Nella vita di ogni essere umano, del più influente come del più semplice, si manifestano secondo una gradualità discendente: la ragione assoluta, lo spirito universale, lo spirito del popolo, lo spirito della corporazione, lo spirito familiare, fino a formare poi il contenuto spirituale della vita dello spirito individuale, dunque il carattere (5).
Ogni essere umano ha come spirito individuale la possibilità nonché l’interiore dovere etico di risalire in senso ascendente questa scala, diventando consapevole dello spirito familiare, di quello della propria corporazione, del proprio popolo, dello spirito universale e, infine, della ragione assoluta (Logos).
Questo processo è la vera e propria ‘fenomenologia dello spirito’, l’elevazione dello spirito dall’accidentale individualità empirica alla necessaria storicità dell’universalità sociale e assoluta del proprio io. In siffatto processo consiste la vera e propria educazione dello spirito individuale e la sua elevazione a spirito assoluto.
Lo spirito individuale però ha anche il dovere interiore di ripercorrere questa scala in senso discendente, una volta pervenuto alla propria autocoscienza assoluta, e di vivere attivamente e in modo creativo all’interno della propria famiglia, del proprio popolo, dell’umanità tutta, nonché infine del cosmo intero.
Ciò significa che l’essere umano, se vuole vivere filosoficamente, ossia se-condo verità, deve impostare le proprie azioni non secondo scopi meramente empirici, la cui sorgente sia dunque il proprio io individuale ed empirico, bensì secondo scopi assoluti, derivanti cioè dal contenuto spirituale ereditato dal proprio appartenere al mondo dell’eticità in un ben determinato momento storico del suo sviluppo e in un ben determinato luogo della sua estensione sulla Terra (quindi una determinata famiglia, una certa corporazione, una limitata regione geografica, un particolare popolo etc.).

Vivere secondo scopi assoluti significa allora contribuire a creare il mondo dell’eticità, il ‘regno dello spirito’, quindi:

-  creare una famiglia stabile e duratura invece che eseguire soltanto un semplice atto sessuale passeggero (realizzazione del valore etico dell’amore);

-  lavorare per offrire un proprio contributo concreto alla creazione in cooperazione con gli altri concittadini della società umana nell’ambito particolare delle proprie capacità come anche del mestiere e della corporazione scelti (il soddisfacimento dei propri bisogni tramite il guadagno dev’essere dunque il risultato del proprio lavoro etico, ma non certo il fine ultimo del medesimo) (realizzazione del valore etico del lavoro nell’ambito della cooperazione sociale);

-  contribuire attraverso la propria attività politica personale - almeno in forma di dialogo con i concittadini nonché di partecipazione attiva alla vita democratica - alla creazione di uno Stato etico stabile, all’interno del quale sia possibile la realizzazione degli altri due valori etici fondamentali, l’amore e il lavoro in cooperazione (la vita per lo Stato etico si fonda sulla realizzazione del valore dell’umanità).

A tali tre valori etici fondamentali e assoluti si contrappongo i tre disvalori altrettanto assoluti. I primi costituiscono il Bene, i secondi il Male: il contrario dell’amore è il sesso; il contrario della cooperazione nel mondo del lavoro è la concorrenza; il contrario dell’umanità è la nazione. Sesso, concorrenza e nazione sono il male fondamentale che ostacola l’individuo nella realizzazione del Bene e quindi nel raggiungimento di una vita creativa e felice. 
Il fatto che si tratti di disvalori, non significa che siano del tutto da evitare, giacché fanno parte della vita dello spirito individuale e soggettivo, pertanto è inevitabile che essi entrino nella vista degli esseri umani, ma non devono in alcun caso diventare il ‘senso della vita’ o comunque assurgere al ruolo di principi fondamentali della vita individuale o anche sociale degli Stati. Se lo diventano, allontanano lo spirito dalla propria realizzazione come spirito oggettivo, quindi dal mondo etico. Siccome però nel mondo etico si ha la realizzazione dell’individuo, tali disvalori, se dominano la vita umana - ed essi tendono a farlo, giacché rappresentato l’aspetti animalesco e necessario dello spirito, la sua catena che lo lega fortemente e indissolubilmente alla materia -, finiscono con il rendere l’essere umano schiavo, prigioniero della cattiva infinità. 
È dunque errato che una società indichi apertamente o anche solo velatamente sotto forma per es. di pubblicità soprattutto ai giovanissimi il sesso, la concorrenza e la nazione come valori etici, come un qualcosa per cui vivere, uno scopo di vita, giacché essi invece sono le catene più forti che ci siano per lo spirito, ciò che veramente lo rende schiavo. 

La realizzazione dei tre valori etici (6) fondamentali consente all’essere umano la realizzazione della propria essenza naturale, che consiste, come abbiamo detto, nella ragione creatrice, il cui contenuto è dato dall’appartenere dell’individuo a ben determinate sfere di riconoscimento intersoggettivo (una determinata famiglia, un determinato ambiente lavorativo, una determinata comunità statale). Soltanto all’interno di queste sfere l’essere umano può realizzare la propria creatività, dunque la propria essenza naturale.
Il fondamento scientifico di quest’affermazione, e della concezione ch’essa esprime, si trova ovviamente nella Scienza della Logica, in particolare nei paragrafi della Dottrina dell’Essere riguardanti le categorie della ‘finità’ (‘Endlichkeit’) e dell’’infinità’ (‘Unendlichkeit’), costituenti rispettivamente il secondo e il terzo momento dello sviluppo logico della categoria dell’’esser determinato’ (il ‘Dasein’ o, nell’ortografia del tempo, ‘Daseyn’).
In questa parte della propria logica Hegel chiarisce la distinzione tra finità, cattiva infinità e vera infinità. La finità si riferisce alla limitatezza propria di ogni essere, di ogni ‘qualcosa’; essa è dovuta al fatto che al ‘qualcosa’, proprio in quanto tale, si oppone un ‘altro’; infatti, se così non fosse, il ‘qualcosa’ sarebbe il tutto e non un ‘qualcosa’. È pertanto contenuto nel concetto del ‘qualcosa’ ch’esso sia limitato, dunque anche ch’esso sia finito (il concetto di ‘limite’ è un’altra delle categorie che si presentano a questo livello di sviluppo logico).
Una prima forma di superamento della finità propria del qualcosa è costituita dalla ‘cattiva infinità’. Essa consiste nel continuo rimando del qualcosa a un altro e poi di nuovo al qualcosa e di nuovo a un altro, dunque nella ripetizione di tale movimento con ritorno ripetuto ai due momenti distinti, senza che vi sia un loro superamento in un’entità superiore. Si tratta in tal caso già di un superamento della finità, nel quale però il qualcosa resta prigioniero (appunto: ‘cattivo’) di tale processo cieco, che non porta a un risultato. Esempio di ciò può essere considerato nella natura vivente il rapporto bisogno-soddisfacimento. Il bisogno è soddisfatto tramite per esempio il cibo, esso, però, ritorna e deve essere di nuovo soddisfatto, con un movimento all’infinito che però in ultima analisi riproduce sempre se stesso, ripetendosi. Il soggetto umano è pertanto schiavo di tale processo, non potendosene liberare mai veramente (ecco la ‘cattività’).
Tramite la cattiva infinità si ha, dunque, un movimento, in cui il qualcosa e l’altro sono in rapporto continuo, non generando però un’entità superiore, la quale li contenga in sé come tolti, come dovrebbe accadere secondo il principio dialettico fondamentale della ’Aufhebung’.
L’Aufhebung è un’espressione tedesca tipica della dialettica hegeliana  intraducibile in italiano con un singolo termine, la si può rendere con la non bellssima espressione ‘superamento conservante’, oppure, decisamente meglio, con il verbo sostantivato, ossia con ‘superare conservando’. Essa sta a indicare che nel processo di formazione dinamica della realtà ciò che nello sviluppo viene superato, quindi i momenti finiti, gli stadi le fasi di uno sviluppo evolutivo o storico, non va completamente perso, bensì resta presente nel risultato finale. Si tratta ovviamente di una presenza ‘ideale’, implicita, non più reale ed esplicita, ma che comunque resta. Lo sviluppo è, quindi, accrescimento, progresso, ogni suo momento apporta un contributo che come tale è fondamentale al raggiungimento del risultato e quindi è contenuto in esso. Il risultato senza i momenti non sarebbe stato possibile, quindi li contiene, essi ne fanno parte integrante., per quanto non siano più singolarmente individuabili in esso. 
Tutta la nostra vita è scandita dal processo del superare conservando. Se non conservassimo l’essenza, ciò che è importante in ogni esperienza vissuta, dovremmo iniziare ogni giorno ex-novo, così praticamente non avremmo sviluppo e saremmo sempre spiritualmente dei neonati. Ma anche il nostro corpo cresce superando e conservando, poiché tale principio riguarda tutto, sia lo spirito che la natura. Respirare aria pulita, mangiare bene, fare attività fisica equilibrata ecc. ecc., tutto ciò si riflette poi in un corpo sano, che contiene in sé questi momenti ormai passati e finiti, quindi superati, i quali però hanno appunto determinato la salute attuale del corpo. Il loro risultato è quindi ancora presente, anche se essi come momenti, per i quali siamo passati, sono finiti per sempre. 
Il superare conservando è, insomma, la legge fondamentale del processo della vita sia naturale sia spirituale, poiché è la legge che è alla base della creatività. 
La vera infinità si fonda sul principio del ‘superare conservando’ ed è costituita da tale superamento. Essa si ha quando il qualcosa e l’altro, ossia i due finiti, generano un terzo, il quale li contiene in sé come tolti. Esempio di ciò è il figlio in rapporto ai genitori. I due genitori sono i due finiti, i quali nel rapporto sessuale sono in un movimento caratterizzato dalla cattiva infinità (ripetizione di sé senza produzione del terzo). Tale movimento, però, tramite la generazione del figlio conduce a un terzo, nel quale i due genitori sono tolti, ossia superati, come momenti del medesimo. Il figlio contiene i genitori in sé, anche se questi non sono più singolarmente individuabili nel figlio. Il figlio, infatti, è un essere ben distinto rispetto a essi, ma nel quale essi sono allo stesso tempo anche conservati, in quanto il figlio è il ‘loro’ figlio, dunque contiene elementi essenziali della ‘loro’ personalità, continuandone l’esistenza.
Il cattivo infinito, quale categoria fondamentale operante nella soddisfazione dei bisogni materiali, che ricorrono incessantemente e non danno allo spirito mai pace, non può dunque assicurare allo spirito serenità e felicità, al contrario lo soggioga. La vera infinità, invece, conduce a un risultato ben preciso, nel quale lo spirito realizza se stesso, perviene a uno scopo, ossia realizza la propria libertà. Tale libertà costituisce per lo spirito maturo la sua felicità, poiché è la sua autorealizzazione, la sua autodeterminazione.
La realizzazione creatrice dell’individuo presuppone pertanto la vera infinità, e questa è la struttura logica dei valori etici. L’amore, il lavoro e la cooperazione sono il Bene poiché essi presuppongo la vera infinità, ossia consentono la realizzazione di un progetto comune interumano, la famiglia, la società civile e lo Stato; al contrario, il sesso, il denaro e la concorrenza si fondano sulla struttura logica della cattiva infinità, ossia si basano sulla ripetizione ricorrente degli atti senza che si realizzi qualcosa attraverso di essi. Il sesso non conduce alla procreazione; l’accumulazione di denaro non conduce alla produzione di un bene veramente utile all’umanitá e alla vita; infine, la concorrenza impedisce quella che sarebbe la vera e propria ricchezza e prosperità, il mettere insieme le forze per combattere insieme le difficoltà della vita.
L’Ethos è, dunque, un ideale etico naturale, giacché si fonda sull’essenza naturale dell’essere umano, sulla sua natura spirituale, la quale è la sua vera natura, nel senso d’essere quel qualcosa che lo distingue dagli altri enti. Tale vera natura è costituita a livello logico dalla categoria della ‘vera infinità’ e si esprime a livello morale nell’eticità, la quale assicura allo spirito una vita libera, ossia felice, nella misura in cui ciò sia possibile date le condizioni oggettive della vita, fatta anche di finità. 

...di reinserimento dell’essere umano come spirito nella natura come materia

Tramite la concezione dell’eticità assoluta Hegel ha, dunque, compreso in modo completo il concetto dello spirito e ha potuto quindi realizzare il proprio ideale originario della fondazione di una teoria morale naturale. Con essa egli ha reinserito l’essere umano nella natura a livello di spirito e materia.
L’essere umano come spirito, infatti, secondo la morale naturale hegeliana e quindi idealistico-assoluta svolge una propria funzione all’interno dell’universo. Tale funzione consiste nel creare il mondo dello spirito, ossia la società umana, formata da istituzioni imperiture, le quali offrano la possibilità agli esseri umani, di volta in volta viventi, di realizzare la propria essenza naturale razionale e creativa, quindi di vivere da ‘spirito’ all’interno della propria comunità.
Soltanto una tale forma di vita etica può consentire agli uomini di vivere felici, poiché essi realizzano in essa la propria vera natura, ossia la creatività (fondantesi sulla struttura fondamentale dello spirito come ‘vero infinito’). Tale felicità è una felicità etica, ossia una felicità che non deriva dalla soddisfazione momentanea di bisogni materiali, bensì dal bisogno spirituale della realizzazione del proprio spirito, ossia di una vita retta non dalla cieca ripetitività della ‘cattiva infinità’, ma dall’intelligente finalità del ‘vero infinito’. Essa contiene d’altra parte in sé anche la soddisfazione dei bisogni materiali necessari dell’essere umano, poiché la famiglia contiene in sé anche il momento della sessualità (istinto della riproduzione - cfr. i §§ 367-370 della Filosofia della natura nell’Enciclopedia del 1830) e il lavoro quello del guadagno e quindi dell’acquisto dei beni materiali necessari alla propria sopravvivenza (istinto dell’assimilazione - cfr. ivi, §§ 357-366).
Ciò significa che Bene e Male, valori e disvalori, sono opposti e inconciliabili soltanto se ci si ferma alla ‘cattiva infinità’ ossia alla ripetizione continua di atti senza raggiungere nulla se non il soddisfacimento del bisogno momentaneo. Se, invece, si vive nella prospettiva della ‘vera infinità’, in essa vengono ugualmente soddisfatti i bisogni fisici e necessaria, ma secondo una prospettiva creatrice e quindi di libertà, secondo una modalità spirituale, che dia un senso alla vita e all’agire. Il Bene supera pertanto il Male, conservandolo in sé, assimilandolo e in tal modo togliendogli proprio la caratteristica di essere ‘Male’ e trasformandolo in ‘Bene’. L’opposizione viene in tal modo superata e l’essere umano non vive scisso tra ‘Bene’ e ‘Male’, ma conciliato in se stesso, con la vita, la natura e il corpo. 
In tal modo tale completezza della vita che possiamo senz’altro definire ‘felicità’ è il sigillo, per così dire, di una vita etica. A tal proposito si tratta di una felicità vera, non caduca e momentanea, ma stabile e duratura. Essa consiste nel fatto che l’essere umano nelle istituzioni della vita etica realizza il proprio spirito, la propria libertà creatrice, fondantesi sulla categoria centrale della ‘vera infinità’, e contemporaneamente soddisfa i propri bisogni fondamentali, senza tuttavia mai esserne schiavo. 

Considerazioni conclusive

Il pensiero di Hegel è sorto dalla vita, non è certo nato come una sterile discus-sione accademica. Il giovanissimo Hegel, all’età di 23 anni circa, nello scrivere le primissime riflessioni autonome e non occasionali, ma prodromo del futuro svi-luppo del proprio pensiero, aveva posto come problema da risolvere il senso del-l’esistenza umana.
I momenti fondamentali della vita umana, la nascita, il matrimonio, la morte etc. sono sempre rivestiti di un significato religioso, come egli scrive: 

“La religione è una delle questioni più importanti della nostra vita [...]; a tutte le situazioni ed azioni più importanti della vita [degli uomini], da cui dipende la loro felicità privata, già alla nascita, al matrimonio, alla morte, ai funerali, viene sempre mescolato qualcosa di religioso.” (trad. dell’autore, trad. completa it. in  SG 1, 167).  “Religion ist eine der wichtigsten Angelegenheiten unsers Lebens. [...]; allen wichtigen Begebenheiten, Handlungen des Lebens [der Menschen], von denen ihr PrivatGlük abhängt, schon der Geburt, der Ehe, dem Tode und Leichenbegängnis wird etwas reli-giöses beigemischt -” (Text 16, in  GW 1, p. 83,3-5 + 14-17)

Il compito, che egli da giovanissimo si pose e attraverso una tenace ricerca filosofica poté nel corso degli anni risolvere, fu la comprensione del senso di questi momenti della vita dell’essere umano, indipendentemente da un’ideologia religiosa, ma unicamente secondo il loro concetto filosofico.
Pertanto, com’è spontaneamente sorto dalla vita, così è giusto che altrettanto spontaneamente, ossia secondo il proprio interno movimento logico, il pensiero di Hegel rientri nella vita.
Secondo il movimento dialettico in questo capitolo abbiamo dapprima trattato il concetto astratto dell’Ethos hegeliano, il concetto dello spirito, poi ne abbiamo approfondito la realtà concreta, ossia il riconoscimento come struttura fondamentale che agisce nella vita dello spirito, e infine siamo pervenuti alla trattazione del concetto concreto dell’Ethos, ossia alla vita etica come vita felice. Con ciò il circolo dialettico si è chiuso e a questo punto in riferimento allo sviluppo e al significato autentico della filosofia di Hegel non v’è altro da dire.
Le parole, come ha intuito il filosofo svevo e felicemente espresso in una bellissima poesia dedicata alla moglie, servono quasi sempre soltanto a esprimere il dolore, nel senso filosofico di mancanza, contraddizione, scissione:

 

“Potrei, usignolo, invidiarti

per la potenza della tua gola;

ma infelicemente la natura ha reso

il linguaggio così eloquente

solo per esprimere il dolore!”

(trad. dell’autore; trad. it. completa in Ros, 278).

Ich könnte, Nachtigall, dich neiden
Um deiner Kehle Macht,
Doch hat Natur die Sprache nur der Leiden,
Mißgünstig, so beredt gemacht.”

(Or. ted. Ros,1844, p. 262)

 

Ma ora la scissione tra spirito e materia, ragione e mondo, essere umano e natura, grazie a Hegel è stata cucita, il dolore speculativo è stato, per quanto possibile, eliminato e le parole quindi non sono più sufficienti: occorre ora ‘realizzare’ la filosofia di Hegel, il suo messaggio autentico, dunque l’idealismo assoluto come terzo e ultima fase della storia religiosa dell’umanità.

NOTE

1) Questa interpretazione si fonda ovviamente sulle indicazioni fornite dallo stesso Hegel soprattutto nel capitolo ‘l’idea assoluta’ della Dottrina del Concetto (in particolare alle pp. 373-374) e nel citato § 15 dell’introduzione all’Enciclopedia del 1830.
2) A proposito di tale concetto Hegel non è stato del tutto conseguente e si è autocontraddetto, inserendo questo concetto nella sezione dell’Eticità, ma dichiarando contemporaneamente che la società civile in se stessa non è etica (cfr. E, § 523; LFD §§ 184-186). Questa problematica è stata da me trattata in modo approfondito in Weisheitslehre (pp. 162-166), dove ne ho anche indicato la soluzione. A tale studio pertanto qui rinvio.
3) Wolfgang Schild ha dato l’avvio ad un tale processo di attualizzazione della filosofia del diritto del filosofo svevo (cfr. i suoi studi citati nella bibliografia e soprattutto il lavoro sul ‘Weltgeist’). Che il sistema hegeliano sia bisognoso di un’attualizzazione è, infatti, fuor di dubbio (un tale processo di attualizzazione è inoltre già in atto anche per le altre parti del sistema filosofico hegeliano - cfr. per esempio gli studi di Wandschneider per la filosofia della natura e per la logica). Ciò nulla toglie però al fatto che i principi fondamentali di tale sistema siano eternamente validi, come lo sono del resto quelli degli altri grandi sistemi di filosofia speculativa.
4) Anche in questo caso in perfetta sintonia con le intenzioni giovanili di Hegel, delle quali il sistema maturo rappresenta la fedele realizzazione.
5) Enciclopedia (1830), §482
6) Sulla famiglia e sul lavoro come valori etici dal punto di vista della filosofia dell’idealismo assoluto cfr. Weisheitslehre, rispettivamente alle pp. 161-162 e 164-166.

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