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PRIMO MOMENTO  Il significato religioso della Scienza della logica: l’assoluto o ‘Logos’ come princi

PRIMO MOMENTO Il significato religioso della Scienza della logica: l’assoluto o ‘Logos’ come princi

 

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PRIMO MOMENTO

Il significato religioso della Scienza della logica:
l’assoluto o ‘Logos’ come principio religioso popolare e razionale
di reinserimento dell’essere umano nella natura
a livello di ragione e mondo

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Il Logos, in quanto principio religioso-metafisico, ha il compito di reinserire l’essere umano nella natura a livello di ragione e mondo. La formulazione originaria di questo concetto si trova nella Differenzschrift. Si tratta del concetto dell’assoluto, che rappresenta l’ultimo grado della trasposizione della rappresentazione cristiano-originaria del Dio-amore nel concetto in essa contenuto (appunto l’assoluto).
Per quanto riguarda poi il primo sistema completo di Hegel, quello del 1805/06, il concetto del Logos trova il proprio posto in esso già come prima parte del sistema nel manoscritto di Logica e Metafisica del 1804/1805. Questo manoscritto presenta diverse differenze rispetto alla matura Scienza della logica, esse non riguardano però il significato generale del concetto del Logos, ma soltanto la sistemazione tecnica di alcuni capitoli, i quali troveranno ben presto il proprio posto definitivo all’interno del sistema. Già nella logica di Norimberga (1809/1810) Hegel dimostra, infatti,d’aver risolto l’organizzazione interna della logica nel senso della successiva e definitiva Scienza della logica, apparsa nel 1812-1816, ripubblicata poi all’interno dell’Enciclopedia nel 1817, 1827 e 1830 nonché infine ancora nella versione singola, ma soltanto per quanto riguarda il libro dell’essere, nel 1831.
Il Logos è il principio religioso popolare e razionale che reinserisce l’essere umano in quanto ragione nella natura intesa come mondo: approfondiamo ora il significato di questa affermazione.


Il Logos come principio religioso...

L’oggetto specifico che Hegel indica con l’espressione ‘assoluto’ o ‘idea logica’ è costituito dall’insieme delle categorie o determinazioni del pensiero. Tali categorie sono connesse l’una all’altra dialetticamente, ossia tramite il triplice processo di affermazione-negazione-negazione della negazione.
Questa necessaria connessione delle categorie le rende singoli momenti di un unico concetto, il quale si svolge attraverso di esse, ne costituisce l’unità interna ed è infine il risultato del loro sviluppo. Tale concetto èl’idea logica o assoluto o ancora idea assoluta (dunque, nel linguaggio da noi scelto, il Logos).
Il Logos è allora il sistema delle categorie, la loro unità dialettica e contemporaneamente l’ultima categoria, contenente in sé le altre categorie come ‘tolte’, ‘aufgehoben’ secondo la concezione hegeliana della ‘Aufhebung’.
Il concetto del Logos ha poi un triplice significato: esso costituisce il principio primo del pensiero umano, della natura e dell’essere in quanto essere.
Secondo il primo significato, il Logos ha un valore ‘logico’; in base al secondo significato esso assume un valore ‘teologico’; infine, dal punto di vista del terzo significato, esso ha un valore ‘ontologico’.
Questi tre significati o valori del concetto del Logos costituiscono la peculiarità e la novità della logica di Hegel rispetto alle logiche classiche, in parti-colare di Aristotele e di Kant.
La logica di Aristotele infatti studia il Logos soltanto nel suo primo significato, quello propriamente logico, mentre il secondo e il terzo significato sono riservati alla metafisica o filosofia prima (scienza dell’essere in quanto essere). Ciò comporta una separazione tra il concetto del pensiero umano e i concetti dell’essere e dell’assoluto, che invece, come vedremo in seguito, scompare del tutto nella logica di Hegel.
Nella logica trascendentale di Kant sono unificati il concetto del pensiero umano e il concetto dell’essere - per quanto soltanto nel senso di essere fenomenico -, ma non ancora quello dell’assoluto. Tale logica ha invero un significato ontologico e metafisico, ma nel senso critico e in ultima analisi soggettivistico di una metafisica delle ‘apparenze’ e non delle ‘essenze’, ossia delle cose ‘per noi’ e non delle cose ‘in sé’. Per Kant, infatti, l’essere in quanto essere corrisponde alle categorie trascendentali del pensiero, le quali però non hanno un valore oggettivo e sostanziale, ma soltanto soggettivo e formale.
A causa di questo limite anche la logica trascendentale kantiana, come del resto quella aristotelica, lascia dunque una separazione tra pensiero ed essere, ragione e mondo. Questa separazione viene al contrario eliminata dalla logica hegeliana, la quale abolisce il limite soggettivistico della filosofia trascendentale unificando così pensiero soggettivo, essere e assoluto.
Per comprendere in modo preciso il significato di questa unificazione, ricostruiamo velocemente la genesi del concetto hegeliano del Logos, in modo da seguire passo dopo passo il cammino dell’evoluzione del pensiero di Hegel in riferimento a questa problematica.
Come abbiamo visto a proposito del secondo periodo dello sviluppo del pensiero di Hegel, in particolare in riferimento agli anni dal 1797 al 1803, il concetto del Logos viene concepito dal filosofo di Stoccarda per la prima volta nell’anno 1801 come ‘assoluto’; tale concetto dell’assoluto a sua volta è l’espressione in termini logico-metafisici dell’unità tra ragione e dio, concepita già l’anno precedente (1800); quest’ultima è a sua volta l’espressione sistematica del principio ontologico dell’unità degli opposti, concepito dal filosofo negli anni 1797-1799.
Tale triplice grado di sviluppo della formulazione del concetto dell’assoluto o Logos ha il significato ulteriore di essere l’enucleazione del contenuto concettuale presente nella forma rappresentativa della dottrina religiosa originaria di Gesù. Vediamo ora come questa genesi del concetto del Logos possa aiutarci a comprendere il significato sistematico di tale concetto.
I tre significati sono quello logico, quello teologico e quello ontologico. Ognuno di questi tre significati costituisce un grado nel concepimento da parte di Hegel del contenuto razionale implicito nella rappresentazione religiosa di Gesù.
Il primo grado, quello del 1797-1799, rappresenta la formulazione del significato ontologico del Logos. L’unità degli opposti non è, infatti, relativa soltanto al mondo della natura o a quello dello spirito, ma è un principio universale che non conosce limiti di tempo o di spazio: dovunque v’è stato, v’è e vi sarà un ente, questo è stato, è e sarà il risultato di due opposti come loro unificazione. Il principio dell’unità degli opposti riguarda dunque l’essere in quanto essere e non un ente specifico. È stato già chiarito che si tratta della formulazione originaria della dialettica.
Il secondo grado, quello del 1800, rappresenta invece la formulazione originaria del significato teologico del Logos. In esso è determinata l’unità degli opposti non più in forma generale ed astratta, bensì in quella specifica e concreta, costituita dall’opposizione fondamentale che include in sé tutte le altre, ossia l’opposizione tra essere umano, come ragione, e dio, come organismo del mondo (dunque dio nel senso panteistico del termine). Hegel pensa l’unità di questi due opposti, che sono il primo e l’ultimo anello della catena dello sviluppo del mondo (1), concependo la ragione umana come facoltà speculativa (religione nel suo linguaggio dell’epoca) e non mero intelletto, e dio come spirito vivente ‘nella’ natura e nel tempo e non ‘fuori’ della natura e del tempo. Così concepiti, ragione e mondo non sono più separati, ma uniti dall’essere entrambi ‘vita’ e quindi possibilità di diventare ‘uno’ nella religione. In tal senso questo grado corrisponde al significato teologico del Logos (la vita infinita è l’assoluto, l’unità di ragione e mondo).
Infine abbiamo il terzo grado, nel 1801, con la formulazione del concetto dell’assoluto. Si tratta del significato ‘logico’ del concetto del Logos. Hegel trasforma, infatti, l’identità ragione-mondo nell’identità logico-metafisica di soggetto e oggetto, la quale nella filosofia idealistica (in particolare di Schelling), sulla quale egli fondava allora  il proprio pensiero, è concepita come identità nel pensiero, come identità logica. Questo significato logico del Logos, conservando in sé i significati precedenti, è senz’altro già logico-sostanziale e non logico-formale.
Il risultato di questo confronto tra la genesi del concetto hegeliano del Logos e la sua formulazione sistematica consiste dunque nella comprensione del rapporto che lega i suoi tre significati. In effetti, questi tre significati non sono privi di relazioni reciproche, bensì collegati da un ampliamento di valore che viene conferito al Logos come pensiero umano, significato base.
Il valore ontologico del Logos infatti toglie la limitatezza in cui versa il valore logico, il quale è da considerare come il punto di vista aristotelico-kantiano della logica, secondo cui il pensiero ha un valore soltanto formale e soggettivo. Tolta tale limitatezza, il valore ontologico del Logos riconferisce al pensiero umano la dignità ch’esso aveva nell’antica metafisica, consistente nella riconosciuta capacità di pensare e di cogliere il vero delle cose. È molto importante però che tale valore ontologico il pensiero umano lo abbia ora non più immediatamente e ingenuamente, ma come logica, ossia non come conoscenza diretta dell’essere, ma come rivelazione dell’essere attraverso l’autoriflessione del pensiero su di sé (il sapere assoluto). 
Questo valore ontologico del Logos congiunge quindi il principio kantiano, nonché in generale del filosofare moderno, della soggettività con il principio dell’oggettività proprio dell’antica metafisica, in particolare della metafisica aristotelica. Infine, proprio da questa unità ‘nel’ Logos di soggetto e oggetto, di pensiero ed essere, sorge l’ulteriore significato del Logos, ossia il suo valore teologico. Secondo questo significato, il pensiero umano è il luogo della rivelazione della verità assoluta, cioè dell’essere, di ciò che è eterno, della perenne, universale e necessaria forma d’ogni ente empirico, giacché è esso stesso nella propria struttura essenziale l’assoluto, il Logos appunto, e non un qualsiasi ente empirico. La ragione soggettiva e la ragione oggettiva allora coincidono, sono il Logos assoluto che diventa cosciente di sé nell’essere umano.
Il pensiero umano acquista così la doppia ulteriore determinazione di ‘essere’ e di ‘assoluto’. Esso, infatti, nella sua forma pura, costituita dalle categorie della logica, esprime l’essere e in virtù di questa sua capacità è nella sua essenza pura l’assoluto.
In questo suo complesso, triplice significato il Logos è allora il principio religioso in grado di realizzare l’ideale giovanile hegeliano formulato negli anni 1793/94. In tali anni Hegel, come abbiamo visto a proposito del primo periodo dello sviluppo del suo pensiero, ha concepito il proprio ideale della fondazione di una nuova teoria etico-religiosa naturale, popolare e razionale di reinserimento dell’essere umano nella natura. In particolare egli ha concepito prima l’ideale di una teoria morale naturale e poi, resosi conto dell’impossibilità di formulare tale teoria senza una preliminare conoscenza della natura dell’essere umano, ha concepito l’ideale di una nuova teoria religiosa popolare e razionale. Il compito di questa nuova teoria religiosa è proprio reinserire l’essere umano nella natura a livello di ragione e mondo e quindi, sulla base di tale reinserimento, comprendere l’effettiva natura dell’essere umano. Con la formulazione del principio del Logos Hegel ha dunque compreso la natura dell’essere umano, che è di essere, nella propria razionalità pura, l’assoluto.

...popolare e razionale...

Il Logos è il principio religioso della nuova teoria etico-religiosa hegeliana. Vediamo ora in che senso esso sia popolare e razionale.
In quanto principio religioso popolare esso dà una spiegazione del principio primo del mondo, da punto di vista logico, soddisfacendo così il bisogno naturale della ragione umana di farsi un’idea del fondamento dell’essere. In tal modo il Logos è in grado di unificare gli esseri umani in un popolo caratterizzato dall’avere una comune concezione del mondo. Ovviamente il popolo, risultato di tale unificazione religiosa, non dev’essere determinato e circoscritto da condizioni geografiche, genetiche etc., ma è delimitato solo dalla condivisione di tale religione razionale, dunque esso può essere in linea di principio anche l’umanità intera
In quanto principio religioso razionale poi il Logos può venir assolto dal tribunale della ragione, poiché si basa soltanto su concetti sostenibili con argomenti razionali e non su rappresentazioni soggettive.
È opportuno ora analizzare in modo più preciso questi motivi che fondano la popolarità e la razionalità del Logos.
La popolarità del Logos significa ch’esso, in quanto principio religioso-metafisico, è il principio primo del mondo e dà quindi una risposta al bisogno proprio del genere umano di farsi un concetto dell’assoluto come causa del mondo. Vediamo ora però in che senso il concetto hegeliano del Logos dia una risposta a tale quesito, eminentemente religioso e metafisico.
Nel sistema filosofico di Hegel, il Logos o idea logica è in primo luogo ciò che esteriorizzandosi dà vita alla natura e ritornando in sé si conosce come spirito. Con questo movimento logico Hegel può spiegare filosoficamente l’esistenza di una natura e di uno spirito finiti, ossia del mondo. Il cammino del Logos consiste pertanto nel suo progressivo liberarsi dalle varie forme della materia naturale e poi anche da quelle dello spirito soggettivo e oggettivo, fino a diventare completamente libero, dunque rivelato ed esistente in tale rivelazione, nello spirito assoluto, ossia nell’autocoscienza filosofica pura. In questo stadio del proprio sviluppo, dunque nel pensiero che pensa se stesso, il Logos esiste nel tempo, è finalmente apparso.
Il movimento della natura, l’evoluzione naturale, e il movimento dello spirito, il divenire spirituale o fenomenologia dello spirito (la storia), sono,infatti, entrambi causati dall’enorme forza motrice del Logos, tendente a liberarsi dalle catene della materia e della soggettività empirica per venire all’esistenza nel sa-pere di sé, dunque nel sapere assoluto (o soggettività assoluta).
In questo senso si comprende allora perché il Logos sia l’assoluto anche nel più generale disegno del sistema filosofico hegeliano, dunque nell’Enciclopedia, oltre che nella logica. L’assoluto, infatti, è la causa del mondo, cioè della natura e dello spirito, e il Logos è appunto ciò nel senso filosofico di ‘causa finale’ e non nel senso naturalistico di ‘causa efficiente’, caratteristico per esempio della religione cristiana tradizionale.
Pertanto all’interpretazione teologica della Scienza della logica corrisponde un’interpretazione più ampiamente religiosa dell’Enciclopedia, ossia del sistema filosofico di Hegel nel suo complesso.
La religione, infatti, nel suo concetto non è altro che conoscenza della causa del mondo, ossia dell’assoluto, dunque sapere o spirito assoluto, come Hegel chiarisce in modo esplicito al § 554 dell’Enciclopedia del 1830, nel quale, rife-rendosi alla sezione dello spirito assoluto, così si esprime:

 

“La religione, come questa sfera altissima può essere in generale denominata...” (trad. dell‘autore)

Die Religion, wie diese höchste Sphäre im Allgemeinen bezeichnet werden kann, (...)” (Enz. 1830, § 554, ora in GW 30, p. 542)

 

Occorre dunque distinguere tra religione ‘in senso lato’ e ‘in senso stretto’. La prima riguarda la dimensione dello spirito assoluto in generale, dunque la presentazione dell’assoluto nell’essere umano tramite l’arte, la religione e la filosofia; la seconda si riferisce al fenomeno religioso come tale, dunque specificamente alla presentazione dell’assoluto in forma rappresentativa, ossia come ‘fede’.
Il sistema filosofico di Hegel è allora una ‘filosofia’, poiché è concepito in termini esclusivamente razionali, ma ha un significato ‘religioso’, cioè di conoscenza della causa del mondo, giacché il suo contenuto contiene una risposta a tale questione anche religiosa.
La filosofia di Hegel è, dunque, comprensione dell’assoluto come ‘causa finale’ del mondo. Riflettiamo ora in modo più approfondito su questo concetto. 
La causa finale del mondo è la ragione dell’esistenza degli organismi naturali e delle forme dello spirito. Il fine del mondo non deve essere ovviamente inteso come qualcosa di cosciente, di volontario in senso soggettivo. Esso è invece il senso del divenire naturale e storico, ossia è la direzione dello sviluppo della materia e della spiritualità.
La materia ha un proprio divenire che conduce secondo necessità logica alla formazione dello spirito attraverso il mondo inorganico, organico e vivente; lo spirito è quindi il senso del divenire della materia. A questo proposito sono molto interessanti e indicative le parole di Hegel:

 

“Lo spirito ha per noi a suo presupposto la natura, della quale è la verità e con ciò l’as-soluto primo.” (trad. dell’autore)

Der Geist hat für uns die Natur zu seiner Voraussetzung, deren Wahrheit, und damit deren absolut Erstes er ist.”

(Enz. 1830, § 381, ora in GW 30, p. 381)

 

Il conoscitore del linguaggio hegeliano comprende immediatamente il significato profondo di questo pensiero: l’essere la ‘verità’ di qualcosa, significa nel linguaggio dialettico, esserne il senso, ossia il risultato non causale, ma necessa-rio, e a dire il vero non necessario in senso meccanicistico, bensì finalistico. È ciò che Hegel esprime poi nella seconda parte della frase citata, ossia nell’espressione ‘assoluto primo’: lo spirito è l’assoluto primo della natura, poiché è già previsto nello sviluppo della natura che essa conduca alla formazione dello spirito.
Ciò ovviamente non significa che la materia sia animata e produca coscientemente lo spirito, né significa ammettere qualcuno o qualcosa che abbia coscientemente creato la materia quale base per poi creare l’essere umano a propria immagine. Questi sono soltanto pregiudizi della rappresentazione superstiziosa e popolare che ogni seria concezione filosofica ha sempre rifiutato e sempre rifiuterà.
Dire che lo spirito è il senso o fine o scopo del divenire della materia significa che lo sviluppo ‘immanente’ alla materia, dunque lo sviluppo che la materia ha in se stessa, si evolve attraverso vari gradi, ognuno dei quali è condizione necessaria dell’altro, fino a dar luogo ad un grado che non si può più definire materia, ma è qualcosa di diverso: appunto lo spirito. In particolare lo spirito è l’opposto della materia, giacché esso è libertà, mentre la materia è necessità.
Che l’evoluzione della materia conduca alla formazione dello spirito non è qualcosa di casuale, bensì di necessario, poiché dovuto alla presenza, nella materia stessa, di una logicità inconsapevole e necessaria, tendente alla consapevolezza e alla libertà, ossia al venire all’esistenza.
L’emersione dello spirito all’interno dell’evoluzione della natura è, allora, il venire all’esistenza di tale logicità, il suo venire alla luce dopo il ‘tunnel’ della materia. 
In questo senso, dunque, lo spirito è la causa finale della natura, giacché l’evoluzione della materia è dovuta proprio alla forza motrice del Logos che preme per venire all’esistenza tramite la costituzione di esseri spirituali coscienti e liberi. Senza questa forza interna tendente all’autoemersione del Logos non vi sarebbe alcun divenire della materia, dunque neanche una natura come tale.
Il Logos produce dunque sia la natura sia lo spirito, dimostrando in tal modo di essere la causa finale del mondo oppure, il che è lo stesso, la causa di se stesso, la ‘causa sui’, riprendendo l’esplicitazione di tale concetto offerta una volta per tutte da Spinoza.
Non a caso leggiamo nelle Lezioni sulla storia della filosofia in riferimento a tale filosofo le seguenti parole:

 

“In generale è a tal proposito da osservare che il pensiero, lo spirito non poteva non porsi dal punto di vista dello spinozismo. Quest’idea spinoziana è da accettare come vera, come fondata. C’è una sostanza assoluta; ciò è il vero” (trad. dell’autore).

"Im allgemeinen ist darüber zu bemerken, daß das Denken, der Geist, sich auf den Stand-punkt des Spinozismus gestellt haben muß" (V 9, p. 104)

 

Tramite il concetto di ‘causa finale’ risulta, dunque, fondata la ‘popolarità’ del Logos come principio religioso. Vediamo ora la fondazione della sua razionalità.
La razionalità del Logos si fonda sul fatto ch’esso rappresenta la causa del mondo non nella forma soggettiva della rappresentazione religiosa, ma nella forma oggettiva della filosofia (in particolare della logica-metafisica).
Tale oggettività consiste nella deduzione e successione logica delle varie determinazioni del pensiero, prima di quelle pure della logica, poi di quelle naturali e spirituali corrispondenti alle varie sezioni del sistema filosofico. Nello sviluppo di questa successione logica non è presupposta dogmaticamente  alcuna verità, ma ogni concetto viene dedotto dallo sviluppo precedente e forma a sua volta il presupposto per lo sviluppo seguente.
Questa ovviamente non è la sede adatta per affrontare la questione se Hegel sia o non sia riuscito a costruire un tale sistema fondato in modo ultimo (2). 
Tale problematica richiede uno studio approfondito nell’ambito di una critica immanente del sistema. Indipendentemente dai risultati di tale critica, resta comunque un merito incontestabile del filosofo di Stoccarda l’aver indicato agli uomini la necessità di affrontare le questioni religiose con il metodo razionale della logica nonché l’aver fornito anche un modello nuovo di logica, idoneo a trattare tali questioni.
In conclusione la concezione religiosa di Hegel, che naturalmente in quanto ‘religione in senso lato’ della religione conserva solo il contenuto concettuale, ma ne ha abbandonato la forma rappresentativa, può essere assolta dal kantiano tribunale della ragione.

...di reinserimento dell’essere umano come ragione nella natura come mondo

Siamo così giunti all’ultimo aspetto della spiegazione del titolo di questo capitolo: il Logos è il principio religioso popolare e razionale di reinserimento della ragione nel mondo. Finora ne abbiamo spiegata la prima parte, ora è venuto il momento di spiegarne la seconda, ossia di comprendere in che senso il concetto hegeliano del Logos riesca a reinserire la ragione nel mondo.
È stato già notato che la caratteristica del Logos è la capacità di esprimere l’assoluto. Grazie a questa capacità il Logos si rivela come la causa del mondo nel senso di causa finale, causa sui. Da questo valore teologico della concezione hegeliana del Logos deriva che tale concetto inserisce la ragione umana nel mondo. Il Logos è, infatti, la totalità sistematica delle categorie. Tale totalità non è soltanto la stoffa da cui è formato l’operare del pensiero umano, ma è anche la stoffa da cui è formato lo stesso divenire della natura, attraverso la generazione dei vari organismi. In particolare Hegel chiarisce che la ragione, prima di essere pensiero umano (ragione soggettiva, valore logico del Logos) è la struttura del mondo (ragione oggettiva, valore ontologico del Logos); il rapporto tra i due consiste nel fatto che nel divenire la ragione soggettiva umana si è costituita come la forma pura della materia, ossia come la sua stessa struttura ontologica, ma liberata da qualsiasi materialità (ragione assoluta, valore teologico del Logos). 
Questa teleologia del divenire del mondo è l’emersione del Logos come causa finale, causa di sé del mondo. Hegel, con tale concetto del Logos, è riuscito a reinserire in modo razionale la ragione umana nel mondo, poiché da questo punto di vista la ragione dell’essere umano non è più estranea al mondo, come lo è per es. dal punto di vista sia della filosofia empirista sia di quella trascendentale, ma è parte integrante di esso. In particolare essa costituisce la parte ultima, il risultato, non casuale, ma necessario, del divenire del mondo.
La ragione umana è, dunque, secondo Hegel, strutturata secondo gli stessi principi logici del mondo e pertanto è possibile per qualsiasi essere umano conoscere il mondo, ossia comprendere la struttura logica dello sviluppo spazio-temporale dell’essere. Per conseguire tale obiettivo e quindi reinserirsi nel mondo, dando una risposta razionalmente fondata a quelle domande esistenziali che hanno causato e sempre causano e causeranno la momentanea separazione da esso, il cosiddetto momento della ‘scissione’, la ragione ha bisogno soltanto di un presupposto: non la rivelazione, non un dogma, di qualsiasi natura essi siano, ma la semplice disponibilità ‘ad assumere su di sé la fatica del concetto’, come Hegel ha sintetizzato in una delle sue espressioni più significative, già più volte citata in questo lavoro.
Il Logos è quindi il principio religioso popolare e razionale della nuova teoria religiosa, con la quale Hegel ha reinserito l’essere umano nella natura a livello di ragione e mondo, superando la scissione ancora presente sia nella concezione del cristianesimo istituzionale (popolare ma non razionale) sia in quella kantiana (razionale ma non popolare).
All’interno del progetto generale hegeliano della fondazione di una nuova teoria etico-religiosa il principio religioso serviva a Hegel per concepire il concetto della natura umana e poter quindi formulare la nuova teoria morale naturale, costituente il suo ideale originario. Vediamo ora quindi come il filosofo svevo, una volta concepita la nuova teoria religiosa, possa da essa dedurre il concetto della natura umana e porre quindi il presupposto necessario per la formulazione della nuova teoria morale naturale.


NOTE

1) ‘Primo’ ed ‘ultimo’ ovviamente in senso logico e non cronologico.
2) La questione della ‘Letztbegründung’ (fondazione ultima) di un sistema filosofico e in particolare di quello hegeliano è da diversi decenni al centro della riflessione filosofica in Germania e rappresenta senz’altro uno dei sentieri di ricerca più interessanti e fruttuosi tra quelli percorsi dalla riflessione filosofica contemporanea (v. gli studi di Kuhlmann 1985, la miscellanea curata da Klein 1994 e infine il lavoro di Wandschneider 1995).

 

 
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