La Filosofia dello Spirito di Hegel come ’circolo’

La Filosofia dello Spirito di Hegel come ’circolo’

 

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La Filosofia dello Spirito di Hegel come ’circolo’

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La filosofia dello spirito di Hegel va interpretata come un circolo, non come una linea retta. Nel paragrafo 15 dell’introduzione alla sua Enciclopedia delle scienze filosofiche (1830), Hegel spiega che l’intero sistema va interpretato come un circolo. Il primo concetto, o meglio la prima categoria, della scienza logica deve quindi coincidere con l’ultimo concetto della filosofia dello spirito assoluto. Quest’ultimo concetto è il pensare del pensare, l’Idea che pensa se stessa, ovvero il Logos che è consapevole di sé nella filosofia. Questa autocoscienza assoluta del Logos corrisponde all’inizio della Scienza della logica, in cui il pensiero pensa le categorie pure; queste categorie pure sono precisamente la struttura dello Spirito: la ragione, il Logos. Naturalmente, il concetto di Spirito assoluto è molto più ricco di contenuto rispetto al concetto puro del pensare se stesso nella scienza logica. Lo spirito assoluto presuppone, infatti, che esista una natura e che lo spirito sia venuto fuori dalla natura, prima in forma individuale e soggettiva e poi in forma sociale e oggettiva. Tuttavia, il concetto stesso di filosofia, il pensare il pensiero, è precisamente ciò che è la scienza logica. In questo senso, Hegel afferma che il sistema è un circolo in sé, e il risultato finale si collega automaticamente all’inizio, cosicché, teoricamente, si potrebbe ricominciare con la scienza logica dopo la filosofia dello spirito assoluto. Questa è anche la ragione che ha portato Hegel a formulare la teoria dei tre sillogismi nella filosofia dello spirito assoluto, che propone diversi modi o punti di vista da cui possiamo considerare il sistema. 
Attraverso questa connessione tra il risultato del sistema e la sua ricezione, il sistema riceve la sua fondazione ultima, giacché non è fondato dall’esterno, come lo sono, ad esempio, le scienze naturali con gli esperimenti, ma ha la propria fondazione direttamente in se stesso. Ciò che è solo presupposto all’inizio – la categoria dell’essere come prima categoria del pensiero puro – riceve la propria fondazione attraverso il concetto finale del sistema, perché il pensare il pensare è precisamente la posizione filosofica della scienza della logica, la cui prima categoria è appunto l’essere. Ciò fonda il sistema stesso e in questo senso si tratta di scienza e non solo di amore per la saggezza, come scrive Hegel in un paragrafo molto importante. 

(segue la citazione)

La filosofia dello spirito, tuttavia, possiede una circolarità molto particolare, in qualche modo diversa dalla circolarità dell’intero sistema. Mentre la natura si sviluppa per stadi, come i vari regni dal regno minerale al regno animale e l’emergere del genere umano, e questi sono visivamente ben distinti l’uno dall’altro perché hanno un’esistenza esterna, come tutto ciò che appartiene alla natura, gli stadi dello spirito sono puramente interni, indistinguibili l’uno dall’altro perché privi di un’esistenza esterna. Quando parliamo, ad esempio, dell’anima, dei suoi sogni, passioni e pensieri, questi non sono visibili esternamente o distinguibili da altre strutture dello spirito, come leggi, valori etici e religioni. Nello spirito, sia esso lo spirito di un individuo o di un popolo, tutto è interconnesso, non separato. Esistono però diversi livelli dello spirito: un livello individuale, chiamato da Hegel ’spirito soggettivo’; un livello comunitario, chiamato ’spirito oggettivo’; e infine, un livello che trascende sia i confini individuali che quelli comunitari, chiamato spirito assoluto. Questi livelli non possono essere separati esternamente e quindi non possono essere visti come separati visivamente; Piuttosto, presi insieme, formano lo spirito, sia lo spirito individuale sia lo spirito delle nazioni e di tutta l’umanità. 

Lo stesso Hegel lo afferma quando, nella partizione dell’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche, scrive che lo spirito è il ritorno dell’Idea o Logos a se stesso, e il Logos è questa interiorità, mentre la natura è l’Idea o Logos nella forma esteriore. La natura, quindi, ha in sé la spinta a ritornare all’interiorità perché il Logos, che è attivo in essa, vuole liberarsi dalla forma esteriore e ritornare alla forma interiore, il che accade nello spirito. 

La circolarità può essere spiegata o definita concettualmente anche come multidimensionalità; ovvero, strati che si sovrappongono e formano la totalità dello spirito. È quindi importante comprendere come funziona tale multidimensionalità, quali sono le relazioni tra i diversi strati e come questi interagiscono. 
Il fatto che le tre componenti dello spirito – soggettiva, oggettiva e assoluta – siano strati di un tutto che è lo spirito nella sua totalità, non significa che queste tre sfere dello spirito siano scollegate tra loro. Lo spirito è un’unità, e questa unità consiste precisamente nell’interazione di queste tre componenti o sfere dello spirito. È fondamentale comprendere le relazioni che collegano queste tre sfere perché la vita dello spirito consiste proprio in queste relazioni. Di seguito, spiegheremo ed esamineremo questo concetto.

Lo spirito soggettivo è principalmente lo spirito individuale, che scaturisce dalle sensazioni, dai sentimenti, dai ricordi, dalle paure, dalle passioni, ma anche dai pensieri e dal desiderio di una vita felice, che, secondo Hegel, è una vita in libertà. Hegel distingue nettamente tra arbitrarietà, una libertà meramente soggettiva e formale, e vera libertà, che è una libertà sostanziale che include anche la libertà degli altri e degli altri spiriti; potremmo anche definirla ’libertà sociale’. 

Hegel chiama anima la prima dimensione dello spirito soggettivo; è qualcosa di veramente individuale, diverso in ogni persona e difficile da comunicare. Possiamo empatizzare con qualcuno con cui abbiamo una relazione stretta, che sia felice o triste, perché noi stessi abbiamo provato felicità o tristezza, ma non possiamo essere certi che il sentimento che quella persona prova o sperimenta sia esattamente lo stesso che abbiamo provato noi in una situazione simile. Per questo motivo, l’anima è la sfera della pura individualità.

Tra i bisogni, i sentimenti e le pulsioni che spingono le persone ad agire, ve ne sono alcuni che legano indissolubilmente gli esseri umani. Secondo Hegel, si tratta di due bisogni fondamentali, saldamente ancorati alla natura fisica umana e appartenenti alla filosofia della natura: le due pulsioni che conducono alla sopravvivenza dell’individuo e alla sopravvivenza della specie. Hegel le chiama assimilazione e riproduzione. L’assimilazione consiste nel consumo di sostanze naturali che ci permettono di vivere, come acqua, cibo, energia per il calore e tutto ciò che è strettamente necessario per rimanere in vita. Attraverso l’assimilazione, e attraverso questo completo assorbimento di sostanze naturali, poiché noi stessi siamo principalmente natura, possiamo sopravvivere. Attraverso l’assimilazione, il singolo essere umano sopravvive, ma questo non è sufficiente per l’umanità nel suo complesso. Per questo, è necessario che le persone, uomini e donne, si uniscano e creino nuova vita. Questo è il processo di specie, la riproduzione. Senza questo processo, l’umanità non esisterebbe e non avremmo l’assimilazione, poiché non avremmo esseri umani.

Questi due bisogni fondamentali si manifestano nello spirito soggettivo come pulsioni, necessità e desideri che il soggetto desidera soddisfare. Sia l’assimilazione che il processo riproduttivo possono avvenire solo in cooperazione con altre persone. Per quanto riguarda il processo riproduttivo, è evidente che l’uomo ha bisogno della donna e la donna ha bisogno dell’uomo; esiste una chiara reciprocità insita nella naturale struttura fisica degli esseri umani.  Anche l’assimilazione, ovvero l’acquisizione dei mezzi necessari alla sopravvivenza, richiede la cooperazione umana, sebbene si potrebbe obiettare che un individuo potrebbe realizzarla da solo. Tuttavia, non è così, perché la forza della natura è di gran lunga superiore alla forza di una singola persona, che, ad esempio, può ammalarsi oppure già da bambino non ha la forza di provvedere alla propria sopravvivenza. In ogni caso, la cooperazione tra le persone, compresi i membri della famiglia, come probabilmente era la norma agli albori della storia, è assolutamente essenziale per garantire la sopravvivenza e, in effetti, una qualsiasi qualità di vita. 

Entrambi i bisogni primari della vita inevitabilmente avvicinano le persone. Gli esseri umani non possono farcela da soli; hanno bisogno gli uni degli altri. Questo ’bisogno’ implica, in particolare, che l’altra persona di cui abbiamo bisogno sia, per noi in quanto soggetti, un mezzo o un oggetto. Questo è, ovviamente, reciproco. La prima forma di relazione tra le persone è quindi una relazione soggetto-oggetto, in cui ciascuno è un mezzo per l’altro, non un fine. Lo spirito, tuttavia, è un soggetto perché, come abbiamo detto prima, la libertà è una componente cruciale della sua soggettività. Lo spirito soggettivo desidera vivere liberamente perché, come spiega Hegel nella terza sezione della sua filosofia dello spirito soggettivo, una vita felice può essere solo una vita libera, e vivere felicemente è il desiderio umano naturale. Per questo motivo, si crea una situazione contraddittoria: da un lato, le persone hanno bisogno le une delle altre per sopravvivere, ma dall’altro, per essere felici, non vogliono essere viste come mezzi o oggetti. Da questa contraddizione scaturisce un processo, che Hegel chiama ’lotta per il riconoscimento’. Ogni persona desidera essere riconosciuta come soggetto libero e non come mezzo o come oggetto da usare. Attraverso questa lotta per il riconoscimento, se il conflitto ha successo, emerge una forma di cooperazione in cui ogni soggetto considera l’altro come un soggetto uguale, e questo è reciproco. Hegel chiama questo esito positivo della lotta per il riconoscimento ’riconoscimento universale’ nel §436. Ora vogliamo spiegare il significato profondo di questo concetto centrale nel sistema hegeliano. 
Il riconoscimento universale è il fondamento dell’eticità. Esso ha come base i bisogni naturali di assimilazione e il processo di sviluppo della specie. Tuttavia, questo fondamento naturale è insufficiente a consentire una relazione tangibile tra i soggetti. Secondo questo fondamento naturale, i soggetti sono l’uno per l’altro mezzo e oggetto; nel riconoscimento universale, al contrario, sono l’uno per l’altro fine e soggetto. Questa è una relazione completamente diversa, persino l’opposto della relazione soggetto-oggetto. Ciò solleva la legittima domanda su come ciò sia possibile, cosa debba accadere affinché i soggetti si considerino così diversamente rispetto a una relazione meramente naturale. La risposta di Hegel, che non è esplicitamente argomentata nel paragrafo 436, ma che può comunque essere dedotta dalla lettura dell’intera filosofia dello spirito secondo il principio di circolarità, è che il riconoscimento universale si basa su un atteggiamento mentale fondato sullo spirito assoluto. Sono le religioni, ma anche le filosofie, a conferire alla relazione tra le persone un atteggiamento specifico. Infatti, religioni e filosofie determinano quale atteggiamento una persona abbia nei confronti della natura e degli altri. Una filosofia empirista e materialista, secondo la quale la felicità umana dipende dai beni materiali, tende a instaurare un atteggiamento nei confronti della natura e degli altri esseri umani che li considera oggetti per il soggetto umano. In base a questa prospettiva filosofica, la natura e le altre persone sono viste come oggetti da utilizzare per la propria felicità. Ciò sfocia probabilmente in un’etica egoistica. Questa è una delle ragioni che spinsero Hegel a criticare i movimenti liberali dell’epoca. Tali movimenti interpretavano il concetto di ’libertà’ come ’arbitrarietà’, ovvero in modo soggettivo e non oggettivo. La religione cristiana, d’altro canto, stabilisce una posizione etica secondo la quale gli altri esseri umani sono nostri fratelli e sorelle, poiché condividiamo lo stesso padre in Dio. Ciò si traduce in una relazione soggetto-soggetto, a condizione, ovviamente, che la fede sia autentica. Questa è una delle ragioni per cui Hegel, soprattutto a Berlino, espresse il suo sostegno alla monarchia protestante come pilastro dello Stato, preferendola rispetto alle democrazia liberali, per es. all’Inghilterra. 

Ogni religione e ogni filosofia, dunque, stabilisce un atteggiamento tra le persone. Per questo motivo, il riconoscimento universale non ha un solo fondamento, quello naturale, ma due: quello naturale e quello spirituale. Chi si impegna nella lotta per il riconoscimento aderisce a una specifica religione o filosofia che lo obbliga a considerare l’altro soggetto come mezzo ed oggetto oppure come fine in sé. Un kantiano, ad esempio, applicando il secondo imperativo categorico, tratterebbe tutti gli altri soggetti, come scrive Kant, non solo come mezzi, ma soprattutto come fini. Kant sottolinea che è evidente che un soggetto è anche un mezzo per un altro, ovvero che si tratta di una relazione naturale. Se manca il fondamento naturale, infatti, non si verifica alcuna lotta per il riconoscimento, perché i due soggetti non hanno alcun interesse reciproco. Il fondamento naturale, però, non è sufficiente a stabilire una relazione etica. Per questo, è necessario che le persone si considerino soggetti e si trattino reciprocamente di conseguenza, il che può avvenire solo sul fondamento spirituale di una religione o filosofia corrispondente. La religione o la filosofia, ovvero la sfera dello spirito assoluto, è quindi un prerequisito per l’eticità, così come lo è la sfera dello spirito soggettivo e la sua natura corporea. 

È dunque evidente che nel sistema hegeliano il riconoscimento universale (§ 436) costituisce il centro del sistema, dove si scontrano le forze della natura (filosofia della natura) e le forze dello spirito assoluto (Idea-Logos). Lo spirito soggettivo, ovvero il soggetto umano, è il luogo in cui si verifica questo scontro. I due soggetti impegnati in questa lotta per il riconoscimento non solo combattono l’uno contro l’altro, ma vivono ognuno dentro di sé anche la lotta tra i bisogni naturali da una parte e dall’altra il proprio orientamento religioso o filosofico fondamentale.

Questa è la ragione principale per cui i soggetti umani soffrono nel processo di riconoscimento, poiché sono tirati in due direzioni: da un lato dalla direzione della natura e dei bisogni naturali, dall’altro dai propri valori religiosi o filosofici. Poiché questi valori religiosi o filosofici sono spesso divergenti, le persone litigano. Questo conflitto è importante affinché i due soggetti, che hanno un interesse reciproco e desiderano entrare in una relazione, possano confrontarsi, discutere e conoscere i rispettivi atteggiamenti religiosi o filosofici, sviluppando così, in caso di accordo, una prospettiva religiosa o filosofica condivisa. Da questa lotta, quindi, deve scaturire quella che Hegel definisce ’autocoscienza assoluta’; ovvero, ciascun soggetto deve essere riconosciuto dall’altro come fine in sé e non semplicemente come mezzo. Questa deve essere la posizione etica che lega i soggetti. Deve quindi esserci un terreno comune non solo a livello naturale, dove i soggetti hanno un interesse reciproco, ma anche a livello spirituale, nel modo in cui interagiscono e si trattano a vicenda. Per questo motivo, Hegel parla nel paragrafo 436 non solo di riconoscimento universale, ma anche di autocoscienza aassoluta. La consapevolezza di sé è sempre all’opera nello spirito assoluto, quindi nella religione e nella filosofia. Nel processo di riconoscimento, è assolutamente essenziale e indispensabile per una risoluzione pacifica del conflitto che i due soggetti acquisiscano una posizione etica condivisa, ovvero una simile consapevolezza di sé. In questo senso, si parla di ’autocoscienza assoluta’, poiché questa consapevolezza di sé non è più individuale, nel senso che ciascun soggetto non possiede più solo la propria, ma è condivisa; i soggetti hanno raggiunto una visione religiosa o filosofica comune attraverso la loro lotta. 

Per questo motivo, si comprende perché la lotta sia necessaria, naturalmente, quando gli atteggiamenti religiosi o filosofici originari dei soggetti differiscono. Tuttavia, se gli atteggiamenti religiosi o filosofici dei soggetti sono gli stessi all’inizio della relazione, una vera e propria lotta per il riconoscimento è solitamente superflua. Dovremmo approfondire questo aspetto. Ci si pone in sostanza la seguente domanda: la lotta per il riconoscimento è davvero necessaria?
In sostanza, la filosofia dell’idealismo dialettico, così come formulata da Hegel, ci permette di raggiungere un punto di vista che possiamo definire come il punto di vista del riconoscimento degli altri come Logos. L’idealista dialettico ha assunto il Logos, o come dice Hegel, l’Idea, come principio supremo della sua vita. Tutto nella vita è Logos, ragione creatrice; che si tratti di una pietra, di un animale o di un essere umano, la differenza riguarda solo la coscienza, non l’essere. Una pianta possiede la ragione creatrice, come uno scienziato o un artista, ma la pianta non ne è consapevole e crea foglie e fiori senza averne effettivamente l’intenzione; al contrario, uno scienziato crea una teoria con l’intento di comprendere meglio il mondo, mentre un artista crea, ad esempio, un quadro per riflettere la bellezza del mondo.

Partendo da questa premessa, una persona aderente all’idealismo dialettico vedrà gli altri come esseri creativi e cercherà quindi di sostenerli nella loro volontà di essere creativi, senza mai reprimerli o trattarli come oggetti o mezzi. Questo atteggiamento nasce automaticamente come conseguenza della sua visione filosofica della vita. Si tratta di una eticità assoluta, che Hegel definisce anche la seconda natura dell’umanità. Questa posizione etica non è qualcosa che ci si debba imporre, ma piuttosto un atteggiamento che scaturisce spontaneamente dalla propria convinzione filosofica. L’idealista dialettico non può vivere se non secondo i principi dell’eticità assoluta; pertanto, non può vedere le persone se non come incarnazioni dell’Assoluto, del Logos. Quando l’idealista dialettico interagisce con gli altri, li considera come suoi pari, che possiedono lo stesso valore assoluto del Logos di cui gode lui stesso. Che se ne sia più o meno consapevole è irrilevante. Naturalmente, chi ha studiato filosofia sarà probabilmente un idealista dialettico più consapevole di chi non l’ha fatto. I Logos sono però identici in ogni aspetto, solo la consapevolezza di essi è diversa.

Da queste considerazioni, ne consegue che un prerequisito fondamentale è la diffusione di un atteggiamento idealistico dialettico tra le persone, affinché si considerino reciprocamente come Logos e ragione creatrice. Pertanto, è necessario diffondere un’eticità assoluta tra gli esseri umani per raggiungere l’obiettivo di un riconoscimento universale che sorga spontaneamente e non sia il risultato di una lotta. Ciò è importante non solo per i singoli individui, che in tal modo potrebbero evitare litigi e controversie sui principi, ma soprattutto per gli Stati nazionali che si fanno guerra a causa della mancanza di riconoscimento. Hegel, nella sua teoria del diritto internazionale, spiega che si tratta di un ciclo di riconoscimento, costituito dall’alternanza di pace (riconoscimento) e guerra (disconoscimento). Se noi umani riuscissimo a diffondere la filosofia dell’idealismo dialettico in tutto il mondo, anche gli Stati nazionali e i popoli si riconoscerebbero reciprocamente come Logos e ragione creatrice. Ciò significherebbe che le guerre non esisterebbero più; naturalmente, potrebbero ancora verificarsi controversie, che sono anche molto importanti per la dialettica delle relazioni. Tuttavia, tra i popoli e tra gli individui prevarrebbe un riconoscimento universale stabile, e la guerra non avrebbe più ragione di esistere.

Affinché il riconoscimento non si ottenga più attraverso la lotta, è necessario quindi che la filosofia dell’idealismo dialettico si diffonda in tutto il mondo. Di seguito, analizzeremo come ciò potrebbe avvenire.
Siamo giunti al punto in cui è necessario comprendere come creare un fondamento globale per il riconoscimento universale tra i popoli, indipendentemente dalla loro origine, ovvero per la creazione di uno spirito comune a tutta l’umanità. Hegel stesso non risolse esplicitamente questa questione perché, nel suo sistema, si concentrò sullo spirito nazionale come realizzazione dell’Idea o Logos. Lo spirito nazionale è il fondamento dello Stato-nazione. A quel tempo, la Germania non esisteva nemmeno come Stato; la situazione era simile, ad esempio, in Italia, ed è quindi comprensibile che Hegel abbia orientato le sue riflessioni verso la fondazione dello Stato-nazione. Tuttavia, egli parla anche dello spirito del mondo e lo vede come una forza che si erge al di sopra e determina gli spiriti nazionali. Lo sviluppo cronologico degli spiriti nazionali, ovvero la storia del mondo, ha come protagonista principale e forza motrice primaria proprio lo spirito del mondo, che si sviluppa e si realizza attraverso gli spiriti nazionali. 
Se ora ci allontaniamo dal livello dello spirito oggettivo per giungere al livello dello spirito assoluto, al livello del fondamento dell’eticità assoluta, possiamo tracciare un parallelo tra le religioni, che fondano le moralità relative degli spiriti nazionali, e la filosofia, che, al contrario, è l’unica disciplina capace di fondare l’eticità assoluta. Questo parallelo si applica anche ai concetti di spirito nazionale e spirito del mondo: le religioni fondano le eticità relative degli spiriti nazionali, mentre la filosofia fonda l’eticità assoluta dello spirito del mondo. Questo è l’argomento implicito di Hegel, soprattutto negli scritti del suo periodo a Jena, la maggior parte dei quali non fu pubblicata. Nell’edizione pubblicata dell’Enciclopedia (1830), egli sostiene che solo la filosofia sia l’espressione adeguata dell’Idea o Logos, ma designa la religione cristiana come la religione assoluta, la quale, nella sua concezione della Trinità, ha espresso la triade principale di Idea, Natura e Spirito. In quest’opera, così come nelle sue lezioni del periodo berlinese, Hegel tenta in ogni modo di dimostrare che il contenuto della filosofia, in quanto conoscenza dell’assoluto, coincide con il contenuto della religione cristiana. Questo tentativo fallisce però perché nessuna religione, nemmeno il cristianesimo, può essere l’espressione adeguata dell’Idea, o Logos. La ragione di ciò risiede nel fatto che l’Idea, o ragione pura, è costituita da categorie, mentre ogni religione, incluso il cristianesimo, opera con rappresentazioni, ad esempio la rappresentazione di Dio come Padre e di Gesù come Figlio. Si tratta di rappresentazioni soggettive che non possono essere argomentate solo con la logica, ma hanno bisogno di credere in una rivelazione, in un dogma. Ciò non significa ovviamente che queste rappresentazioni siano prive di logica; piuttosto, questa logica è espressa in una forma che non è adeguata all’Idea, al Logos. Nella religione, quindi, forma e contenuto sono distinti, e la forma non può esprimere pienamente e fedelmente il contenuto; nella filosofia, invece, forma e contenuto sono identici; le categorie della ragione si spiegano con concetti puri e non con rappresentazioni soggettive, fondate solo storicamente e dogmaticamente. Per questo motivo, ne consegue che le religioni, incluso il Cristianesimo, possono fondare solo spiritualità ed eticità nazionali, relative e storicamente condizionati, ma mai un’eticità assoluta e universalmente valida. Questa può essere fondata solo dalla filosofia. In questo senso, solo la filosofia è in grado di creare uno spirito del mondo, che a sua volta determina e motiva gli spiriti nazionali nel corso della storia mondiale. Pertanto, se l’umanità riuscirà a diffondere in tutto il mondo una filosofia veramente fondata – ovvero una filosofia scientifica e non ideologica – sarà in grado di creare un riconoscimento universale tra i popoli. In questa filosofia condivisa, le persone si considereranno reciprocamente come spirito, nel linguaggio di Kant come fine e non semplicemente come mezzo, e questo riconoscimento universale si manifesterà come pace, nel linguaggio di Kant come pace eterna. 
La chiave per l’accettazione universale da parte dell’umanità risiede dunque in una filosofia condivisa intesa come scienza, non come ideologia. Tale filosofia è alla base dell’autocoscienza umana; si tratta di un’autocoscienza assoluta e non relativa. Tutte le altre forme di autocoscienza sono relative, determinate a livello nazionale, sviluppate storicamente e quindi dogmatiche. Solo la filosofia intesa come logica e metafisica – ovvero l’autoconoscenza delle categorie di Idea o Logos – può rivendicare di essere il fondamento dell’assoluta autocoscienza dell’umanità e, di conseguenza, dello spirito del mondo. Hegel ci ha lasciato in eredità una filosofia di questo tipo, scientifica e fondata su basi solide, nella sua Scienza della Logica. Ciò non significa che ogni virgola in quest’opera abbia validità eterna, ma sicuramente che il concetto di dialettica e le sue idee principali, in essa contenute, abbiano validità eterna, in quanto autofondantesi, dunque fondate in modo ultimo. Questa autofondazione costituisce la natura scientifica della filosofia.
 

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