Per una teoria dialettica dello Stato mondiale

Per una teoria dialettica dello Stato mondiale

 

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Per una teoria dialettica dello Stato mondiale

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Questo testo è ancora in fase di elaborazione, pertanto mancano ancora i riferimenti bibliografici, le note a piè di pagina ecc.,
e anche la formulazione linguistica non è stata ancora definitivamente revisionata.
Sarà completato entro la fine di settembre 2026.

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Nella filosofia di Hegel troviamo un fondamento logico per il concetto di Stato come Stato filosofico. Ciò significa che, nel pensiero dialettico di Hegel, lo Stato ha lo scopo di rendere possibile l’unità tra l’individuo e l’universale o il generale. Attraverso questa unità, gli individui possono essere liberi, non nel senso di una mera libertà soggettiva, che Hegel chiama arbitrarietà, ma nel senso di vera libertà. Questa realizzazione della vera libertà nello Stato è, per Hegel, la vita etica assoluta. In particolare, il terzo e più alto stadio della vita etica assoluta è costituito dai primi due stadi della famiglia e della società civile. Naturalmente, entrambi gli stadi sono contenuti, come momenti secondo il principio di superlazione, nel concetto di Stato etico e sono superlati nel linguaggio dialettico. 
Hegel dedica la terza e ultima sezione della sua Filosofia dell’etica, al termine della sua Filosofia dello spirito oggettivo, al concetto di Stato visibile. È in questo punto del sistema hegeliano che il filosofo affronta questo concetto centrale della sua filosofia. Nel lavoro che segue, esamineremo questa sezione e dimostreremo che Hegel, né nell’edizione del 1830 dell’Enciclopedia, né nelle prime due edizioni del 1817 e del 1827, riuscì a descrivere la forma politica concreta dello Stato visibile. Ci insegnò quindi il concetto molto generale di Stato visibile e lo fondò sistematicamente, ma non spiegò chiaramente quale forma politica concreta questo Stato dovesse assumere. Quanto scrive nella nota al §000 dell’Enciclopedia del 1830, ovvero che la religione protestante è il miglior sostegno per la monarchia, si riferisce chiaramente alla situazione in Germania a quel tempo, e in particolare in Prussia, dove allora era professore all’Università di Berlino, ma non può avere alcuna validità filosofica, cioè validità al di là dei confini spaziali e temporali della Prussia di allora. Di fatto, le note di Hegel nelle sue opere principali contengono sempre pensieri dell’uomo "Hegel" che non sono conclusioni tratte dalle premesse del suo sistema. Pertanto, possiamo considerare anche questi pensieri di Hegel come qualcosa di soggettivo, che non può essere fondato in alcun modo sul sistema. Il primo stadio della filosofia dello spirito assoluto non è infatti la religione, bensì la filosofia; per questo motivo, la filosofia dovrebbe essere il fondamento della città meridionale, e non la religione, anche se per Hegel la religione protestante rappresenta lo stadio più elevato nello sviluppo della religione, ma non lo stadio più elevato nello sviluppo dello spirito assoluto nel suo complesso. 
Da ciò possiamo concludere che Hegel era semplicemente incapace di definire la forma politica concreta dello stato etico e si limitò ad adottare nella nota a piè di pagina ciò che gli sembrava più opportuno al momento. In effetti, aveva chiaramente respinto la nascente democrazia liberale nel §000. Questa forma concreta di stato gli sembrava incapace di armonizzare l’individuo con l’universale. La ragione di ciò risiede nel fatto che, negli stati liberali, come egli stesso afferma, sono i singoli individui a determinare la politica, e questi individui perseguono interessi privati ​​e non quelli della società nel suo complesso. Al contrario, uno stato protestante gli sembrava preferibile perché, secondo la fede cristiana, privilegia i valori visibili, e gli interessi privati ​​passano quindi in secondo piano. 
Se riflettiamo su questi concetti oggi, 200 anni dopo la morte di Hegel, anche da un punto di vista hegeliano, ovvero idealistico-dialettico, non possiamo accontentarci della soluzione della monarchia protestante proposta da Hegel nella nota a piè di pagina. Se noi, come Hegel, desideriamo che un giorno la libertà per tutti prevalga nel mondo, non possiamo fondare la moralità assoluta su una religione limitata nel tempo e nello spazio, ma solo su una teoria che non sia limitata né nel tempo né nello spazio. Tale teoria, tuttavia, può essere solo una teoria scientifica, ovvero una filosofia o, nel linguaggio di Kant, familiare al giovane Hegel, una religione della ragione. Solo una teoria che può essere fondata sulla ragione può pretendere di essere valida in linea di principio per tutti. La ragione è l’unica cosa che noi esseri umani abbiamo in comune; tutto il resto, comprese le religioni, dipende dalla cultura. Pertanto, la libertà per tutti può essere fondata solo sulla ragione. 

 In questo saggio mostreremo quali errori di ragionamento commette Hegel nella terza parte della Filosofia della morale, poiché egli non possiede un concetto di Stato, ma deve comunque riempire i paragrafi corrispondenti con del contenuto.

Filosofia dello Stato 2 (14.8.26)
Questo errore nelle riflessioni di Hegel sull’inizio si trova nella terza sezione del capitolo sulla vita etica, che conclude la Filosofia dello Spirito Oggettivo. Hegel chiama semplicemente questa sezione "Lo Stato". È divisa in tre paragrafi:  

aa. Diritto costituzionale interno (§§ 537-546);
bb. Diritto costituzionale esterno (547);  
cc. Storia mondiale (548-552).

Già da questa suddivisione in paragrafi emerge un chiaro squilibrio. Il sottocapitolo "Diritto costituzionale interno" contiene 10 paragrafi, il secondo sottocapitolo "Diritto costituzionale esterno" un solo paragrafo, che occupa meno di mezza pagina; infine, il terzo sottocapitolo "Storia del mondo" contiene cinque paragrafi e due note di Hegel, che insieme si estendono su diverse pagine. 

Questa visione puramente quantitativa della divisione hegeliana del concetto di Stato dovrebbe già far sospettare che qualcosa non vada. Il diritto statale esterno è di enorme importanza proprio all’interno di una modalità di pensiero dialettica che mira al tutto, poiché supera la parzialità e l’isolamento dello Stato-nazione (diritto statale interno). Il diritto statale esterno, visto in chiave dialettica, corrisponde al momento della prima negazione, che, come Hegel spiega esplicitamente nella Scienza della Logica, è il momento dialettico effettivo. Da un punto di vista puramente logico, si può quindi concludere che un singolo paragrafo è decisamente insufficiente per un concetto così importante nello sviluppo logico-dialettico del concetto di Stato. Di seguito, esamineremo qualitativamente le ragioni di questo evidente squilibrio.

Lo squilibrio quantitativo non è, ovviamente, né una prova né una giustificazione, ma piuttosto un’indicazione che qualcosa non va nella struttura di questo capitolo. Hegel vede l’elemento di negazione nel fatto che esistono altri stati che si negano a vicenda. Hegel distingue questa relazione tra stati tra riconoscimento e guerra. Gli stati si fanno guerra perché, ad esempio, rivendicano lo stesso territorio, ma a un certo punto fanno anche la pace e quindi si riconoscono reciprocamente. 

Quest’alternanza tra riconoscimento e guerra, o tra pace e guerra, è il principio guida del diritto costituzionale esterno, o, come diremmo oggi, del diritto internazionale.

In sintesi, nel primo paragrafo abbiamo trattato la teoria dello Stato-nazione, mentre nei paragrafi successivi abbiamo esaminato la teoria del rapporto tra gli Stati-nazione.

Lo Stato-nazione, a prescindere dalle sue dimensioni – potrebbe anche essere una società molto piccola ma autosufficiente – è, nel linguaggio della dialettica, un’affermazione; la relazione tra Stati-nazione è, come già detto, la prima negazione. Ciò solleva la questione: quale concetto dovrebbe costituire la seconda negazione, o meglio, la negazione della negazione? Questa domanda può essere formulata come segue: come si può negare in modo soddisfacente il diritto internazionale o esterno degli Stati, che consiste in una successione costante di guerre? Che cos’è la sintesi, come viene spesso chiamata, sebbene non sia un termine usato da Hegel? Quale concetto può e dovrebbe, questa volta nel linguaggio di Hegel, costituire l’abolizione degli Stati-nazione e delle loro guerre costanti?

Nel terzo capitolo o paragrafo di questa sezione, Hegel spiega che questo superamento o negazione della negazione è la storia del mondo. La storia del mondo, infatti, contiene in sé, come momenti, i vari stati che fanno la guerra e stipulano la pace. Solo attraverso queste guerre costanti si verifica qualcosa di buono, secondo la regola: il progresso dell’umanità verso l’obiettivo della libertà per tutti, che Hegel ha affrontato nelle sue lezioni sulla filosofia della storia del mondo. Il protagonista principale della storia del mondo è lo spirito del mondo, che talvolta si realizza in luoghi e aspetti diversi come spiriti nazionali, e questi spiriti nazionali costituiscono poi l’anima degli stati-nazione. La storia del mondo è quindi determinata dallo sviluppo dello spirito del mondo, che costituisce il legame tra gli spiriti nazionali.

Questa costruzione concettuale di Hegel è internamente coerente e convincente; tuttavia, non abolisce l’alternanza tra pace e guerra. In questo senso, non offre una seconda negazione; non nega lo stato di guerra, che, di fatto, viene perpetuato da essa. Ciò conduce alla seguente domanda: come può l’umanità raggiungere l’obiettivo ultimo della storia, ovvero la libertà per tutti, se non si raggiunge mai un riconoscimento vero, duraturo e universale? 

Tuttavia, al paragrafo 436 dell’Enciclopedia (1830), Hegel spiega che la lotta per il riconoscimento, che costituisce il fondamento psicologico della guerra tra nazioni, dovrebbe in realtà concludersi con il riconoscimento universale e l’autocoscienza universale. La teoria hegeliana della storia universale descrive la lotta per il riconoscimento tra gli stati come un processo che non conduce mai all’autocoscienza universale e al riconoscimento universale. L’ 
 errore non risiede nella costruzione del processo di riconoscimento nel paragrafo 436, poiché l’autocoscienza assoluta, o il riconoscimento universale, è la negazione della negazione, la sintesi o, in termini hegeliani, la riconciliazione. L’errore, pertanto, riguarda la costruzione del concetto di stato, non la costruzione del concetto di riconoscimento nel paragrafo 436. 

Infatti, se consideriamo il secondo paragrafo del capitolo sullo Stato nella Filosofia della morale e lo confrontiamo con il terzo, possiamo facilmente comprendere perché il secondo paragrafo sia così breve, proprio perché il suo contenuto è l’alternanza tra pace e guerra, che Hegel, a sua volta, spiega in dettaglio nel terzo paragrafo come storia universale. Ciò significa che l’intero contenuto del terzo paragrafo appartiene in realtà al secondo, che quindi non è più così breve, ma occupa piuttosto una dimensione equilibrata come il primo paragrafo. Spostando il terzo paragrafo nel secondo, abbiamo, da un punto di vista logico-dialettico, fatto la cosa giusta, perché la storia universale, come alternanza di riconoscimento (pace) e guerra, è precisamente la negazione del diritto interno dello Stato o dello Stato-nazione. Pertanto, il primo e il secondo paragrafo sono dialetticamente collegati come affermazione e prima negazione del concetto di Stato. Ciò che manca, naturalmente, è il contenuto del terzo paragrafo. Affronteremo questo aspetto nelle considerazioni successive. 
Il fatto di aver completamente spostato il contenuto del terzo paragrafo nel secondo ci permette, nel terzo paragrafo ora vuoto, di inserire al suo interno la corretta negazione della negazione – cosa che Hegel non riuscì a fare. Proprio perché Hegel non fu in grado di scoprire la negazione della negazione del concetto di Stato, o meglio, di diritto costituzionale interno, trovò la soluzione di mantenere il secondo paragrafo molto breve e di formularlo unicamente come concetto principale di diritto costituzionale internazionale, che poi elaborò nel terzo paragrafo. Pertanto, nella filosofia dello Stato di Hegel, il secondo e il terzo paragrafo hanno essenzialmente lo stesso contenuto: il diritto internazionale, o storia universale, come negazione del diritto costituzionale interno, o meglio, dello Stato-nazione. 

Come già affermato, il processo di riconoscimento è il fondamento della storia universale e l’alternanza tra riconoscimento e guerra, che secondo Hegel costituisce la struttura di base della storia universale. È quindi importante comprendere come si conclude il processo di riconoscimento, ovvero cosa in questo processo costituisca la negazione della negazione, in modo da poter cogliere come dovrebbe concludersi il processo della storia universale, o meglio, come esso si pone nella storia universale. Il paragrafo 436, gruppo [di paragrafi], è decisivo per l’esecuzione finale del riconoscimento. In realtà, Hegel ne offrì diverse versioni e formulazioni; la più famosa è certamente quella della Fenomenologia dello Spirito, sebbene la versione dell’Enciclopedia del 1830 sia quella sistematica e definitiva. Va anche detto che le varie versioni sono più o meno identiche nel contenuto, sebbene a volte differiscano considerevolmente nella forma, soprattutto nella lunghezza. La versione dell’Enciclopedia del 1830 è molto concisa, in quanto è la versione sistematica all’interno della Filosofia dello Spirito Soggettivo.
Secondo Hegel, il processo di riconoscimento può culminare nella formazione di istituzioni etico-politiche come la famiglia e lo Stato, oppure può avvenire senza riconoscimento, portando alla separazione delle due parti – due individui o due Stati – che si contendono il riconoscimento. Questa lotta per il riconoscimento nasce dal reciproco interesse delle due parti. Ciò può essere dovuto, ad esempio, ad attrazione e desiderio reciproci, oppure, nel caso di due Stati, alla rivendicazione condivisa dello stesso territorio. Deve quindi esserci qualcosa che lega i due individui o i due Stati. Nel caso di una relazione tra due persone, in particolare tra un uomo e una donna, il processo di riconoscimento porta alla formazione di una famiglia, ma è anche possibile che i due si separino e non formino una famiglia. Nel primo caso, si sviluppa ciò che Hegel chiama autocoscienza assoluta o riconoscimento universale. Ciascuno si sente riconosciuto dall’altro come uomo o donna, e quindi la propria coscienza si sviluppa all’interno di questa relazione. In questo senso, Hegel parla di autocoscienza assoluta perché implica una relazione reciproca in cui ogni membro sa di essere riconosciuto dagli altri e condivide la propria coscienza come una coscienza comune assoluta. Questo è precisamente ciò che rappresenta la famiglia. La famiglia è quindi il risultato di un processo che è una lotta, in cui ogni membro lotta per la propria libertà, cioè per essere riconosciuto come soggetto e non come oggetto. L’esito positivo di questo processo è proprio il riconoscimento reciproco come soggetti e la formazione di un riconoscimento generale, che è il fondamento della famiglia. È importante che in questo processo, che naturalmente richiede un certo tempo, persista il desiderio, l’interesse per l’altra persona, perché se questo interesse dovesse svanire, il processo si interromperebbe prematuramente, portando a un riconoscimento generale.

Il processo di riconoscimento tra gli stati nazionali si sviluppa in modo simile, sebbene sia opportuno precisare che anche gli stati nazionali odierni sono il risultato della storia e quindi di secoli e millenni di riconoscimento. Agli albori della storia, esistevano naturalmente gruppi molto piccoli, famiglie o tribù che costituivano un’unità a sé stante, e quindi possiamo già definirli stati. Uno stato non si caratterizza per le sue dimensioni geografiche e la sua ampia cittadinanza, ma per il fatto di essere un’unità organica con un governo, che può essere costituito anche da una sola persona, e questo governo ha l’autorità e il potere di imporre la propria volontà. Il modo in cui ciò avviene non ci interessa principalmente; possono esistere varie forme di stato, monarchie, democrazie con diverse varianti, ma questo non è così importante per noi. Ciò che è importante comprendere è che uno stato, piccolo o grande che sia, si relaziona con altri stati nello stesso modo in cui due persone si incontrano in un processo di riconoscimento e diventano individui; così anche due stati si relazionano tra loro come individui.

Come nel caso del riconoscimento familiare, anche nel caso del riconoscimento politico è necessario qualcosa che unisca i due Stati. Potrebbe trattarsi, ad esempio, della rivendicazione di una risorsa idrica, di un territorio o di una fonte energetica. Entrambi gli Stati hanno interesse a possedere tale risorsa e si considerano reciprocamente come oggetti. Ovvero, ciascuno ritiene di avere il diritto di rivendicare tale risorsa perché si considera un soggetto con maggiori diritti rispetto all’altro Stato. Poiché questo atteggiamento è reciproco e ciascuno si considera un soggetto con diritti propri, ne consegue inevitabilmente una lotta: una lotta per il riconoscimento. Ciascuno vuole essere riconosciuto come soggetto con diritti propri e combatte per ottenerli. Questo è ciò che chiamiamo guerra.  

La guerra tra stati è come il conflitto tra due persone che si desiderano. Tuttavia, c’è una differenza cruciale: due persone possono semplicemente separarsi e ciascuna cerca un altro partner con cui possa raggiungere un’accettazione generale e quindi formare una famiglia. Ma quando due stati si contendono un unico bene, quel bene è unico. Pertanto, non possono semplicemente separarsi perché lo stato che lo cede lo perde e non può sostituirlo con un altro. Per questo motivo, l’esito di una guerra prevede sempre un vincitore e un perdente, che spesso si ritrovano insieme nel corso della storia perché comprendono che condividere le risorse è meglio per entrambi che essere costantemente in guerra. Il perdente, infatti, non rinuncerà a quella risorsa e prima o poi inizierà un’altra guerra. È da questa logica che sono nati gli stati moderni. Agli albori della storia, esistevano piccole tribù che spesso si combattevano tra loro finché non compresero che era meglio unirsi e condividere pacificamente le risorse della terra. Così sono emersi gli attuali grandi stati, il più recente dei quali sembra essere il processo di unificazione europea, risultato di millenni di guerre culminati nella Seconda Guerra Mondiale. In seguito, i popoli europei scelsero la via pacifica dell’unificazione, che è tuttora in corso.

Tutti gli stati moderni sono il risultato di guerre di riconoscimento tra regioni, piccoli stati locali e così via, che hanno deciso di cessare le ostilità e unirsi. Queste unioni sono unità politiche più ampie e complete, il cui fondamento è il riconoscimento generale o l’assoluta autocoscienza tra i piccoli stati che le compongono. In questo senso, nuovi popoli sorgono anche attraverso matrimoni misti tra individui originari di questi diversi piccoli stati. L’emergere di stati più grandi procede quindi di pari passo con l’emergere di nuovi popoli. Questo ci porta al concetto centrale del primo paragrafo della teoria dello stato di Hegel: il concetto di Volksgeist (spirito nazionale). Il Volksgeist non è qualcosa di eterno, ma un prodotto della storia, cioè della lotta per il riconoscimento, come appena descritto. E questa lotta per il riconoscimento è storia universale, di cui Hegel scrive nel terzo paragrafo, ma abbiamo detto che in realtà appartiene al terzo paragrafo, al diritto costituzionale esterno. E ora veniamo al contenuto del terzo paragrafo, che Hegel non ha scritto. Così come il processo di riconoscimento tra due persone che si desiderano e vogliono avere figli insieme porta alla fondazione di una famiglia – ovvero un’istituzione in cui le due persone si riconoscono reciprocamente come uomo e donna – allo stesso modo il processo di riconoscimento tra gli Stati culmina nella fondazione di un’istituzione comune in cui gli Stati e i rispettivi popoli si riconoscono reciprocamente. Questa istituzione, nella fase finale dello sviluppo storico, non può che essere uno Stato mondiale. La storia del mondo, come sappiamo, è guidata dallo spirito del mondo. Pertanto, la storia contiene non solo spiriti nazionali, ma anche una spiritualità condivisa tra i popoli, anche di nazioni diverse. Questa spiritualità condivisa permette loro di comunicare tra loro. Persino dichiarare guerra richiede comunicazione; quindi, la guerra stessa presuppone una spiritualità condivisa. Questa spiritualità condivisa è ciò che Hegel chiama spirito del mondo. Ed è questo spirito del mondo che, al termine del processo di comprensione della storia del mondo, assume infine la sua forma intrinseca: la forma di un riconoscimento universale che unisce e comprende tutti gli uomini sulla Terra. 

Lo Stato mondiale, quale risultato finale della storia mondiale, segna la fine dell’alternanza tra pace e guerra, riconoscimento e guerra. Stati e popoli si sono reciprocamente riconosciuti come soggetti; nessun ente, nessun popolo, considera l’altro come un oggetto. I beni della terra sono condivisi pacificamente. Per questo motivo, lo Stato mondiale è la negazione della negazione, perché nega la lotta per il riconoscimento attraverso il riconoscimento che ha conseguito. In quanto negazione della negazione, lo Stato mondiale è un ritorno all’affermazione, cioè al concetto di Stato, ma ora contiene in sé tutto ciò che la delega ha portato con sé. Nel primo paragrafo, Hegel presenta il concetto generale di Stato senza fare riferimento a uno Stato specifico. Il secondo paragrafo tratta degli Stati specifici che combattono, si fanno guerra e, infine, si riconoscono reciprocamente. Il terzo paragrafo affronta nuovamente il diritto costituzionale interno, ma questa volta non come un singolo Stato che agisce in relazione ad altri Stati, bensì come uno Stato mondiale che incorpora altri Stati come comunità, culture e così via, e che dovrebbe naturalmente tenerne conto della diversità. È dunque necessario, in questo terzo paragrafo della filosofia dello Stato, sviluppare anche i contorni fondamentali di questo Stato mondiale. Uno Stato mondiale non è semplicemente simile a uno Stato-nazione, ma più ampio; piuttosto, contiene al suo interno popoli, nazioni, religioni, tradizioni e così via estremamente eterogenei, che tuttavia condividono un comune spirito mondiale come fondamento e, pertanto, nonostante le loro differenze, finiscono per unirsi. Lo sviluppo di una teoria dialettica dello Stato mondiale è un compito di ricerca filosofica di estrema importanza oggi, poiché la nostra società è già una società globale, ma non è ancora governata a livello globale. I problemi più importanti del nostro tempo risiedono in questa discrepanza tra la società globale esistente e lo Stato mondiale che non esiste ancora.

Lo Stato mondiale filosofico costituisce il contenuto del terzo paragrafo della Filosofia dello Stato di Hegel ed è la realizzazione del concetto dialettico e idealistico di Stato che Hegel affronta nel primo paragrafo. Nei paragrafi successivi, Hegel si occupa della negazione dello Stato, ovvero del diritto internazionale, che consiste nell’alternanza tra guerra e riconoscimento. Questa è la storia. Con lo Stato mondiale – naturalmente, lo Stato mondiale filosofico – l’alternanza tra guerra e riconoscimento cessa perché gli uomini si riconoscono reciprocamente come esseri razionali, Logos. Sulla base di questo riconoscimento, non può più esserci guerra, poiché i problemi di coesistenza sul pianeta vengono risolti con la ragione, cioè con il dialogo e non con le armi. Lo Stato mondiale è essenzialmente simile a uno Stato nazionale. Se in uno Stato nazionale si verifica un conflitto tra regioni, cioè tra stati federali, questi problemi vengono discussi e risolti pacificamente e certamente non con le armi. Sarebbe inconcepibile una guerra tra la Baviera e la Bassa Sassonia, ad esempio, o tra la Sicilia e la Lombardia. Anche in presenza di problemi e differenze, queste regioni o stati appartengono a un tutt’uno. Vi è un riconoscimento generale tra i cittadini, che non sono estranei gli uni agli altri, bensì concittadini. Lo stesso principio si applicherebbe in uno stato mondiale ideale. I cittadini di, ad esempio, Cina, Russia, Europa e Stati Uniti si riconoscerebbero reciprocamente come esseri razionali e quindi si tratterebbero come soggetti e non come oggetti. Su questa base, si considererebbero concittadini e risolverebbero i problemi di convivenza, come le questioni ambientali, che ovviamente possono essere affrontate a livello globale solo attraverso l’uso della ragione e del linguaggio, ovvero del logos. È importante ricordare che la parola greca logos significa originariamente sia ragione che parola, discorso. Pertanto, solo il logos può costituire la base del riconoscimento generale tra le persone, anche perché il logos è l’unica cosa che le persone hanno veramente in comune. Tutto il resto – storia, religioni, ideologia, tradizioni, valori – può ovviamente differire, mentre la capacità di parlare razionalmente, il logos stesso, è condivisa.

Ci sono ora due punti importanti che necessitano di essere approfonditi: 1. Primo punto: sorge la domanda se, come abbiamo appena detto, la storia si concluderà con il raggiungimento di uno stato mondiale filosofico. 2. Secondo punto: come possiamo, nello specifico, passare dalla situazione attuale in cui popoli e stati sono essenzialmente separati e in cui, soprattutto, le grandi potenze rappresentano ideologie reciprocamente esclusive, con conseguente profonda divisione del mondo e dell’umanità? Come possiamo promuovere l’unificazione dell’umanità? Come possiamo aiutare le persone a riconoscersi a vicenda?

Di seguito, approfondiremo questi due punti, partendo dalla questione della fine della storia. In realtà, rispondere a questa domanda è relativamente semplice e non è necessario abbandonare completamente la filosofia di Hegel, perché una risposta è già presente in essa, seppur non esplicitamente, ma implicitamente. Se sostituiamo la parola "storia" con "preistoria", abbiamo già la soluzione. Il processo di alternanza tra guerra e riconoscimento, che Hegel intende come il processo della storia mondiale nel secondo paragrafo della sua Filosofia dello Stato, non è in realtà la vera storia dell’umanità, ma piuttosto una sorta di preparazione alla vera storia. Questa inizia solo quando gli uomini si saranno riconosciuti reciprocamente, avranno cessato di combattere e utilizzeranno tutte le risorse a loro disposizione – tutto il potere, tutto il denaro disponibile – per fare qualcosa di costruttivo, come combattere la povertà, migliorare l’assistenza medica e finanziare la ricerca, ovvero per scopi legati alla loro libertà e alla loro vita, e non alla morte. Tutto il denaro e l’energia impiegati in modo distruttivo per la guerra saranno quindi utilizzati in modo costruttivo nello Stato mondiale. La costruzione di migliori condizioni di vita per tutti è precisamente ciò che Hegel chiama bene comune, o, come espresso nei suoi *Elementi della filosofia del diritto*, bene vivente. E questa vita per il bene vivente, per il bene comune, è una vita creativa, una vita come Logos, che costituisce l’essenza dell’umanità. 

Per questa logica ragione, la storia creativa e libera dell’umanità inizia solo quando le guerre cessano e le persone si riconoscono reciprocamente. Il tempo precedente è un tempo dedicato all’apprendimento di come interagire gli uni con gli altri. Gli esseri umani derivano dalla vita animale e possiedono un’innata aggressività per la sopravvivenza. E il tempo della preistoria non è tempo sprecato, ma proprio il tempo di cui gli esseri umani avevano bisogno, e di cui hanno ancora bisogno oggi, perché siamo ancora nella preistoria, per imparare a vivere insieme pacificamente. Per questo, le persone hanno bisogno di valori, religioni e filosofie: teorie che spieghino loro che tutti gli esseri umani condividono la ragione, o, come afferma la religione cristiana, che sono fratelli e sorelle, figli di Dio. Ogni religione, a suo modo, aiuta le persone a trovare una via per la coesistenza pacifica. Naturalmente, le religioni spesso entrano in conflitto tra loro, e quindi la religione non è la via definitiva e giustificabile per vivere insieme pacificamente. In questo senso, anche la religione appartiene alla storia. Tuttavia, la religione ha dato un contributo importante nella preistoria, poiché la maggior parte delle persone non aveva altro modo di accedere ai valori, da qui la religione. Ma l’unica teoria che può aiutare le persone a riconoscersi a vicenda può essere solo la filosofia, perché la filosofia si basa interamente sulla ragione e, pertanto, permette alle persone di raggiungere un accordo. In filosofia non esiste alcun dogma storicamente fondato e quindi non discutibile, perché la giustificazione risiede nella rivelazione e non nella logica umana. In filosofia, tutto deve essere giustificato, e questa giustificazione può basarsi solo sulla ragione e non sulla storia.

 Se sostituiamo la parola "storia" nella filosofia di Hegel, o nella filosofia dell’idealismo dialettico, con la parola "preistoria", la questione è sostanzialmente risolta. Hegel ha essenzialmente scritto una filosofia della preistoria mondiale, o meglio, ne ha insegnato i principi, e noi abbiamo ricevuto le sue lezioni. Non ha scritto una filosofia della storia mondiale per la semplice ragione che la storia non era ancora iniziata. Anche oggi, la storia non è ancora iniziata. Finché le persone vivono in uno stato di alternanza tra guerra e riconoscimento, o tra guerra e pace, ciò significa che la comprensione universale non è ancora stata raggiunta e, di conseguenza, le persone continuano a comportarsi in modo aggressivo le une verso le altre, in modo bestiale, animalesco, se vogliamo. La storia non è ancora iniziata.

 La seconda domanda si basa su questa constatazione: come possiamo noi, in quanto filosofi, aiutare l’umanità a superare la preistoria? Come può accadere? Quali strategie possono utilizzare i filosofi per incoraggiare persone di religioni e ideologie diverse, e quindi di culture diverse, a riconoscersi reciprocamente? Affronteremo questa domanda con le seguenti riflessioni.
Lo Stato mondiale non è un’utopia, come si potrebbe pensare, ma una possibilità storica, proprio come lo sono stati gli Stati nazionali. Ad esempio, le grandi potenze hanno riunito centinaia di milioni di persone, spesso provenienti da culture e religioni diverse, sotto lo stesso tetto in luoghi dove non esisteva internet, nessun modo per comunicare rapidamente e facilmente come facciamo oggi. Certo, è un’impresa complessa e difficile, ma non impossibile. Ciò che è importante è capire come costruire qualcosa di comune tra popoli che rappresentano culture, religioni e filosofie diverse.

La filosofia dello spirito assoluto di Hegel può essere di grande aiuto in questo intento. Hegel spiega che ciò che unisce le persone, anche di culture diverse, è lo spirito. Non si tratta, ovviamente, dello spirito di una nazione, bensì dello spirito del mondo. Lo spirito del mondo è il denominatore comune tra culture, religioni e filosofie diverse. Pertanto, se comprendiamo veramente cosa sia lo spirito del mondo, avremo almeno fatto un buon passo avanti nella risoluzione del problema della creazione di uno stato mondiale. 

Lo spirito del mondo non può consistere in contenuti storici, come religioni e ideologie. Religioni e ideologie sono limitate storicamente e geograficamente; hanno avuto origine in una specifica parte del mondo, si sono diffuse tra popoli specifici e il loro contenuto è empiricamente strettamente connesso alla storia e alla mentalità di quei popoli. Questo vale per le principali religioni, che hanno raggiunto milioni di persone, ma non tutta l’umanità. Lo stesso vale per importanti ideologie come il liberalismo e il comunismo; anche queste hanno raggiunto milioni di persone, ma non tutta l’umanità. Dovremmo semplicemente chiederci: perché non solo le religioni, ma anche le ideologie sono incapaci di rivolgersi a tutta l’umanità? Cosa manca loro che impedisce loro di attrarre tutti?

 Per rispondere a questa domanda, abbiamo bisogno del fondo

Il supporto proviene da Kant e Hegel. In particolare, il concetto kantiano di "ragione pura" è centrale. Hegel adotta questo concetto nella sua Scienza della logica, sebbene interpreti la ragione pura in modo diverso da Kant; tuttavia, il concetto in sé è lo stesso.

La ragione pura consiste in categorie che tutte le persone, indipendentemente dalla loro cultura, utilizzano per interpretare la vita e orientarsi in essa. Ogni persona ha una propria comprensione della vita, una propria visione del mondo, potremmo dire, e ciò è possibile perché possiede o porta dentro di sé categorie che agiscono come una rete, permettendole di interpretare le esperienze e comprenderle secondo le proprie capacità.

Questa ragion pura, esplorata e presentata sia nella Critica della ragion pura di Kant che nella Scienza della logica di Hegel, è ciò che unisce l’umanità. Indipendentemente dalla loro religione o ideologia, le persone hanno utilizzato le stesse categorie per formulare o adottare una religione o un’ideologia. Religioni e ideologie sono espressioni della ragione, che si confronta con domande sull’origine del mondo, sul significato della vita, sui veri valori e così via. Anche se la religione si basa su un dogma, è comunque sempre una risposta a domande razionali. Dio, ad esempio, è ovviamente un dogma, qualcosa in cui si crede senza possibilità di giustificazione sperimentale o logica. Tuttavia, questo dogma spiega il mondo e i suoi valori, e quindi fornisce a molte persone una risposta alle domande importanti legate alla vita. Persino le ideologie atee, come il liberalismo e il comunismo, si interrogano sull’origine del mondo e sui valori etici. Pertanto, anche se non offrono una risposta nel senso religioso, la loro risposta è comunque un prodotto della ragione, del pensiero. Così come la religione si fonda su un dogma che trova la sua giustificazione non nella pura logica ma nella rivelazione storica, allo stesso modo la materia, che per gli atei riveste lo stesso ruolo di Dio per i credenti, trova la sua giustificazione non nella pura logica ma in inferenze che, ad esempio, si riferiscono all’esperienza. Poiché non possiamo sperimentare un Dio o un assoluto attraverso i nostri sensi, gli atei concludono che non esiste né Dio né l’assoluto. Questa, tuttavia, è un’assunzione che non ha nulla a che vedere con la pura ragione, bensì con una ragione che ha già deciso di credere solo nell’esperienza.

 Come possiamo vedere, sia la religione che l’ideologia sono legate all’esperienza. Per questo motivo, né le religioni né le ideologie potranno mai attrarre tutte le persone, perché le esperienze delle persone e delle culture sono diverse. Le tradizioni sono diverse, le rivelazioni sono diverse e quindi le religioni sono diverse. Pertanto, basandosi sull’esperienza, una città globale intesa come uno spirito mondiale condiviso e riconosciuto non sarà mai possibile.

 È proprio qui che risiede l’importanza della teoria della ragion pura di Kant e Hegel. La ragion pura è, infatti, la possibilità stessa che l’esperienza sia possibile, l’a priori in relazione all’esperienza che si esprime pienamente. Le categorie che costituiscono la ragion sono forme pure destinate a essere percepite attraverso l’esperienza. Ad esempio, la categoria di causa dice anche a un bambino che esiste una causa per ogni evento, prima ancora che ne abbia avuto esperienza. Ecco perché un bambino chiede sempre ai genitori: "Perché è successo?". Sa già che deve esserci una causa o una ragione per un evento perché, all’interno della sua ragion, possiede sia la categoria di proposizione sia la categoria di ragion, e queste sono cose che conosce prima ancora di averne avuto esperienza.

 Se vogliamo scoprire ciò che accomuna le persone, in modo da poter fondare su questa base una spiritualità mondiale e uno stato mondiale, dovremmo approfondire il concetto di pura ragione. 

Il riconoscimento universale tra le persone può derivare solo da una religione, una filosofia o, secondo la terminologia kantiana, da una religione della ragione. Per Hegel, questa è la sfera dello spirito assoluto. Il motivo è che lo spirito assoluto determina l’autocoscienza umana, ovvero il modo in cui le persone percepiscono se stesse e gli altri. Ciò implica le domande: "Chi sono io?" e ​​"Chi sei tu per me?". Attraverso una religione o una filosofia, le persone sviluppano una concezione dell’umanità, che costituisce il fondamento dell’etica e dei valori che determinano l’azione umana. Kant, ad esempio, scrisse nel secondo imperativo categorico che le persone dovrebbero considerarsi a vicenda come fini in sé e non semplicemente come mezzi per raggiungere un fine. Questa è precisamente una concezione filosofica dell’umanità. Le altre persone sono, naturalmente, mezzi per noi perché ne abbiamo bisogno, ma la posizione etica basata sui principi della ragione pratica ci dice che dovremmo sempre trattarle come fini in sé. Per quanto riguarda la religione, prendendo come esempio il mondo cristiano, si può affermare che le persone dovrebbero considerarsi come fratelli, poiché hanno tutti lo stesso padre, Dio. 
È dunque la religione o la filosofia a determinare il modo in cui ci relazioniamo con gli altri o con noi stessi in quanto esseri umani. In questo senso, Kant, ad esempio, direbbe che abbiamo anche il diritto di considerarci un fine in sé. E questo non è affatto in contraddizione con l’etica se consideriamo simultaneamente gli altri come fini in sé. Partendo da questa premessa,
dovremmo comprendere la teoria che Hegel ci offre per giungere all’autocoscienza di ciò che significa essere umani. In altre parole, possiamo anche esprimerci in termini di come Hegel fonda l’etica, che egli chiama moralità. 
Secondo Hegel, gli esseri umani sono Logos, o nei termini hegeliani, Idea, in sé stessi. Lo Spirito, come Hegel chiama filosoficamente gli esseri umani, è il Logos, o Idea, che, dopo essersi esteriorizzato nella natura, ritorna a sé stesso. L’autocoscienza umana è quindi il Logos, o Idea, che diventa consapevole di sé all’interno dell’essere umano. Gli esseri umani sono, per così dire, il luogo in cui il Logos, o Idea, parla, pensa e acquisisce coscienza. 
Per comprendere ciò, è importante chiarire cosa sia il Logos, o Idea. È l’oggetto della scienza della logica. È la ragione pura e assoluta, attiva non solo negli esseri umani ma anche nella natura. La natura si sviluppa effettivamente secondo delle leggi, quindi ne consegue una logica, e questa logica è determinata dalla ragione assoluta. La differenza tra la natura e il mondo naturale è puramente quantitativa, non qualitativa. Entrambi sono esseri razionali; anche la natura è razionale secondo i suoi principi naturali. Ciò che cambia nello sviluppo dagli esseri naturali ai fenomeni spirituali è solo il grado di coscienza. Il sole non è consapevole di rendere possibile la vita sulla Terra. Noi siamo consapevoli quando illuminiamo uno spazio e rendiamo possibile agli esseri umani di abitarlo. Ciò che la natura e gli esseri umani hanno in comune è la razionalità, che si manifesta in gradi diversi a seconda di quanto siano consapevoli gli esseri. Gli animali sono più consapevoli delle piante, ad esempio, e le piante sono più consapevoli delle pietre. Negli esseri umani, la coscienza assoluta si raggiunge perché non solo sono consapevoli di sé e delle proprie azioni, ma anche, attraverso la religione e soprattutto attraverso questa consapevolezza, prendono coscienza del fatto che la loro essenza, ciò che li distingue dai vari esseri, è precisamente la pura ragione. Questo significa che negli esseri umani la ragione non opera semplicemente in congiunzione con il corpo, ad esempio come leggi biologiche della nostra natura biologica, o con aspetti psicologici, come l’inconscio di cui parlava Freud, o con tradizioni sociali e storiche, poiché ogni persona appartiene naturalmente a una cultura, ma piuttosto la ragione agisce liberamente al loro interno. Questo significa che gli esseri umani possono liberamente creare altra vita, possono inventare, pianificare il futuro – in breve, fare tutto ciò che il Logos, cioè la ragione o l’idea, fa in natura. La società umana con le sue istituzioni è precisamente il risultato di questa creatività umana. Pertanto, gli esseri umani portano in sé il Logos, la ragione assoluta. Pur avendo una vita finita come individui, possono pensare e agire nel senso dell’infinito. Il progresso nella storia è possibile solo perché molte persone non pensano solo a se stesse in modo egoistico, ma creano qualcosa che dura nel tempo e che, in definitiva, avvantaggia tutte le altre persone e le generazioni future.

Questa visione dell’essenza dell’umanità come Logos creativo è il fondamento dell’etica e della morale di Hegel. Si tratta, naturalmente, di una filosofia, poiché ogni concetto del suo sistema filosofico è giustificato e dimostrato con grande rigore; d’altra parte, essa ha anche un valore superiore a quello di una sorta di religione razionale, che, nei suoi scritti del 1793, aveva descritto come l’unica forma di religione possibile che la ragione può accettare.

 Questa filosofia, o religione, può essere il fondamento per il riconoscimento universale tra le persone. Ognuno dovrebbe considerarsi a vicenda come Logos e trattarsi di conseguenza. Ognuno ha il diritto di realizzare il proprio potenziale nella società, ad esempio, formando una famiglia, lavorando o contribuendo come cittadino alla costruzione dello Stato, e al tempo stesso dovrebbe garantire che anche tutti gli altri cittadini e simili umani possiedano questo diritto. Questo è ciò che unisce le persone: tutti sono Logos; si amano perché si stimano a vicenda. Certo, vedo anche l’umanità come vincolata dalla sua soggettività, dalla sua cultura, dalle sue tradizioni e così via. Ma ogni persona porta in sé questa pura ragione, le categorie che Kant e Hegel chiamano nelle loro opere teoriche. In breve, ogni persona porta in sé la capacità di creare e, in questo senso, c’è una scintilla di ragione universale, o, in termini religiosi, di Dio.

Pertanto, il riconoscimento universale tra le persone trova una base logica. La filosofia dell’idealismo dialettico raggiunge questo obiettivo in modo puramente logico, ovvero scientifico. 

Conclusione:
Le nostre riflessioni sul concetto hegeliano di Stato ci hanno portato a concludere che la forma corretta di Stato, la negazione della negazione nello sviluppo dialettico del concetto di Stato, è lo Stato mondiale. Solo lo Stato mondiale può realizzare l’eticità assoluta perché è connesso all’identificazione dell’individuo con il Logos. Questo è il riconoscimento universale di cui abbiamo discusso. Altre forme di riconoscimento tra le persone, come il riconoscimento religioso (ebraismo, cristianesimo, islam o persino le religioni politeiste) o il riconoscimento ideologico (riconoscimento del comunismo liberale), non sono identificazioni con il Logos, ma solo con una parte dell’umanità, ovvero quella parte dell’umanità che crede, pensa e vive secondo una particolare religione o ideologia. 
La divisione dell’umanità in Stati nazionali rivela quindi che le persone non si sono ancora identificate con il Logos, cioè con l’Assoluto. Si sono identificate solo con la propria cultura, con i propri concittadini, con le persone che parlano la stessa lingua e così via. Si tratta quindi di un’identificazione parziale quella che si è verificata finora nella storia. Per raggiungere la moralità assoluta, tuttavia, è necessaria una completa identificazione con tutte le persone, ovvero con il Logos, o, nel linguaggio di Hegel, con l’Idea.
In questo saggio abbiamo quindi dimostrato che solo lo Stato mondiale filosofico rende possibile la realizzazione della moralità assoluta. In questo senso, Hegel ha commesso un errore giungendo al concetto di spirito mondiale, ma per quanto riguarda il concetto di Stato, esso è rimasto limitato allo Stato-nazione. Questo, naturalmente, non intende essere una critica a Hegel, poiché il filosofo ha compiuto un’immensa impresa lasciandoci un sistema filosofico completo che, con pochissime eccezioni, come questa sullo Stato, rimane di grande attualità. Si tratta quindi di una critica immanente alla teoria hegeliana dello Stato, che mira non a confutare il suo sistema filosofico, ma a completarlo – o, per usare le parole di Hegel, a superarlo. Hegel ne sarebbe compiaciuto.

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