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Bergson e l’esigenza di comprendere l’evoluzione

Bergson e l’esigenza di comprendere l’evoluzione

 

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Henri Bergson e
l’esigenza di comprendere l’evoluzione

(evoluzionismo)

a cura di 

Rosanna Gioviale

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Vita e opere
Henri Bergson (1859-1941) nasce il 18 Ottobre da genitori ebrei-polacchi, figlio di un compositore di successo, si trasferì in Francia quando aveva circa 9 anni e venne naturalizzato francese. 
Nel 1889 pubblica “Essai sur les données immédiates de la conscience” (Saggio sui dati immediati della coscienza), quindi “Matière et Mémoire” (Materia e Memoria) nel 1896. “L’Evolution créatrice” (L’evoluzione creatrice) nel 1907 e infine “Les deux sources de la morale et de la religion” (Le due sorgenti della Morale e della Religione) nel 1932.
La sua terza grande opera, “L’Evolution créatrice”  (1907) è senza dubbio il suo lavoro più noto. Il lavoro contribuisce a dare una chiave di lettura inedita alla teoria evoluzionistica di Darwin. Viene introdotto il concetto di “slancio vitale”, esso reinterpreta l’dea stessa della vita, come a breve vedremo. Analizzeremo il testo e i concetti chiave. 


Il concetto di ‘durata’

Nel primo capitolo si fa riferimento al concetto fondamentale di durata. Concetto già analizzato in opere precedenti, qui è propedeutico all’analisi dell’evoluzione. Noi umani abbiamo percezione di noi stessi e dei nostri cambiamenti di stato. Percepiamo il passaggio ad esempio tra il caldo e il freddo, o tra la gioia e la tristezza, così come il nostro crescere e invecchiare. Questo cambiamento percepito a blocchi, ovvero in fasi suddivisibili, è un’illusione percettiva. In realtà l’esistenza tutta è un costante cambiamento senza interruzioni reali. 


“Consideriamo il più stabile degli stati interni, la percezione visiva di un oggetto esterno immobile. L’oggetto può certamente rimanere lo stesso, io posso certamente guardalo dallo stesso lato, sotto la stessa angolazione, nella stessa luce: la visione che ne ho differisce nondimeno da quella che ne ho appena avuto, non fosse altro perché è invecchiata di un istante. La mia memoria è lì, a spingere qualcosa di quel passato in questo presente.” (p. 12)


La vita, intesa come mutamento costante, coinvolge non solo lo sviluppo interiore della coscienza, ma anche lo sviluppo biologico del corpo. Senza che ce ne rendiamo conto, il nostro corpo è coinvolto in un processo ininterrotto.


Distinzione tra materia inorganica e organica

Le divisioni, comunque, anche se fondamentalmente convenzionali, esistono quando si fa riferimento alla materia inorganica. Essa ha la tendenza a costituire dei sistemi isolati, cioè delle divisioni, che non sono però assolute e definitive. La scienza positivista estremizza questi isolamenti, immobilizzando anche il tempo, per poter meglio maneggiare la materia e poterla studiare meglio.
I corpi organici presentano una individualità che distingue i soggetti ma, tale individualità non è la stessa dei corpi inorganici. Nei corpi organici, infatti, ogni parte interagisce come un unicum e affronta una processualità temporale in cui non il momento precedente è importante ma tutto quanto il passato rappresenta anch’esso un unicum vitale. La vita è in sé, conservazione del passato nel presente. Essa non solo si conserva ma genera, è quindi, creativa.
Quando consideriamo l’evoluzione, crediamo che sia un singolo cambiamento decisivo (e casuale) a determinare il nascere di una nuova specie, in realtà, l’evoluzione è frutto di un processo costante di cui riusciamo a percepire solo il prodotto più evidente. 


Meccanicismo e finalismo

L’evoluzione, secondo Bergson, non può fondarsi sul meccanicismo, cioè il susseguirsi casuale di un rapporto causa-effetto. Ma viene escluso anche il finalismo radicale. Nel finalismo tutto quanto accade in una sola volta, anche se si dipana nel tempo. Tutto concorre in momenti diversi e necessari a realizzare il fine ultimo. 
Se il meccanicismo fosse vero, l’evoluzione non sarebbe altro che il frutto di alcuni eventi casuali che si conservano. Delle modifiche accidentali che si sommano in una specie e si conservano con tutte le loro conseguenze. L’osservazione della natura ci mostra, però, che diverse linee evolutive presentano gli stessi eventi accidentali e le stesse conseguenze. Questo è inspiegabile. Il finalismo, d’altro canto, ha in questo caso maggiori argomenti a suo favore, poiché se il fine ultimo è lo stesso è possibile che più eventi si concorrano alla sua realizzazione. Entrambe, tuttavia, sono ipotesi da scartare nella misura in cui negano l’esistenza del tempo.


“Il meccanicismo radicale implica una metafisica in cui la totalità del reale è posta in blocco nell’eternità, e in cui la durata apparente delle cose esprime solo la debolezza di uno spirito che non può conoscere tutto in una volta […] Ma il finalismo radicale ci sembra altrettanto inaccettabile, e per la stessa ragione. La dottrina del finalismo, nella sua forma estrema […] implica che le cose e gli esseri non fanno che realizzare un programma già tracciato.” (p. 46)


L’intelligenza tende a vedere gli oggetti e i fatti divisi, poiché deve preparare l’uomo all’azione. La scienza è, potremmo dire, l’applicazione consapevole dell’intelligenza, volta a capire il mondo. Per la scienza l’essere vivente è un complesso di elementi divisi, quindi calcolabili, così come diviso è il tempo, in passato, presente e futuro. Ma la vita non è fatta da elementi assolutamente divisi, vedremo adesso perché.
L’evoluzione, secondo Bergson, non può fondarsi sul meccanicismo. Ma viene escluso anche il finalismo radicale. L’ipotesi per Bergson più accreditabile è l’esistenza di una finalità che include la vita intera, nel suo ordine causale e casuale. 
Per accreditare questa ipotesi viene confutata sia la posizione finalista sia quella meccanicista.
Meccanicismo e finalismo eliminano il tempo in quanto processo perché lo leggono come qualcosa che si presenta tutto insieme già dato. Entrambe le prospettive sono comprese dall’intelligenza che deve semplificare le cose per interagire col mondo. Ma coscienza, volontà e vita oltrepassano l’intelligenza, tant’è che le nostre azioni non possono davvero essere previste con certezza matematica. 
Bergson riporta quindi l’esempio dello sviluppo dell’occhio umano. Esso sembra una prova evidente del finalismo perché ogni piccola parte collabora al fine ultimo della visione. Ma quando consideriamo l’esistenza dell’occhio del mollusco, pensiamo che la loro divisione di specie è subentrata dopo lo sviluppo dell’occhio. A cosa dobbiamo attribuire, quindi, la nascita dell’occhio in generale?


Evoluzionismo e mutazionismo
Le due spiegazioni scientifiche accreditate sono due: l’evoluzionismo di Darwin e il mutazionismo. Secondo Darwin la specie si forma grazie a una serie di modifiche casuali che si sommano per selezione naturale. Secondo il mutazionismo l’apparizione, e non la selezione, contemporanea degli stessi caratteri dà vita ad una nuova specie. 
Bergson prova a dimostrare l’impraticabilità di entrambe le posizioni.
E’ evidente che non l’aggiunta o l’eliminazione di un elemento solo non può favorire la nascita di un organo, gli elementi devono essere molteplici, ma il sorgere di elementi molteplici, casuali e improvvisi, o la loro eliminazione (nel caso dell’evoluzionismo) non genererebbe di per sé la vista. Ci sarebbe bisogno di quello che Bergson definisce il buon genio.
Bergson pensa ad una terza ipotesi, ovvero dell’interazione con l’ambiente. Non sono fattori interni a modificare un essere vivente, ma l’interazione e la collaborazione di essere vivente e condizioni esterne.


Supponiamo che le variazioni siano dovute non più a cause accidentali e interne, ma all’influenza diretta delle condizioni esterne. […] E’ senz’altro inverosimile che l’occhio dei vertebrati e quello dei molluschi si siano costituiti attraverso una serie di variazioni dovute al caso. […] Ammettendo la luce come strumento di selezione […]. La somiglianza dei due effetti questa volta si spiegherebbe semplicemente attraverso l’identità della causa. 


Questa teoria sembra avere elementi in comune con la teoria neo-lamarckiana. Tale teoria, per la quale è l’interazione con l’ambiente a generare organi nuovi e quindi nuove specie, non sarebbe però sufficientemente fondata a spiegare la trasmissione ereditaria.


Il concetto di ‘slancio vitale’
A questo punto Bergson espone la sua teoria più nota, cioè lo slancio vitale.
La vita è un impulso che spinge verso l’evoluzione della specie. Tale impulso, o slancio, non si basa sull’assemblamento di elementi singoli (visione meccanicista, o finalista) ma al contrario, come avviene con l’embrione, attraverso la scissione degli elementi. Per meglio capire possiamo pensare allo slancio vitale come ad un’esplosione, un unico fatto che si sostanzia in più elementi. La visione tradizionale, invece, poiché si fonda sull’intelligenza, che vede distinzioni, guarda all’evoluzione come un passaggio da elementi periferici e molteplici, ad un centro.
La visione bergsoniana guarda all’evoluzione come ad un passaggio da un impulso singolo che si sostanza in più elementi collaboratori. Non si tratta quindi di un insieme di mezzi ma di un insieme di ostacoli aggirati.


“Se sposto la mano da A a B, questo movimento mi appare contemporaneamente sotto due aspetti. […] Il meccanicismo, in questo caso, consisterebbe nel non vedere altro che le posizioni. Il finalismo terrebbe conto del loro ordine. Ma sia il meccanicismo sia il finalismo non coglierebbero il movimento, che è la realtà vera e proprio. Per un certo verso, il movimento è più delle posizioni e del loro ordine, poiché basta che sia dato nella sua semplicità indivisibile, che contemporaneamente siano date le infinite posizioni successive così come il loro ordine.” (p. 94)


Come si muove questo slancio vitale? Per Bergson, la vita non è una linea retta prevedibile, essa è come un’esplosione che vince la resistenza della materia. La vita, quindi, soggiace alla materia ed è una forza che ad essa si oppone. 


“È probabile che, grazie a questa spinta, i primi organismi abbiano cercato di crescere il più possibile: ma la materia organica ha un limite di espansione ben presto raggiunto. Oltre un certo punto, invece di crescere, essa si sdoppia.” (p. 102)


Animali e piante

Rispetto quindi al concetto di vita, cosa cambia, secondo Bergson tra animali e piante?
Possiamo osservare che l’elemento principale che distingue piante da animali è la locomozione. Questo confine, tuttavia, non è così netto, poiché molti animali sono relativamente statici e alcune piante compiono un qualche movimento. 
Eppure, il rapporto tra mobilità e coscienza sembra evidente. Bergson ritiene l’immobilità un intorpidimento della coscienza. 

 

“La coscienza, in questo caso, in relazione al movimento, rappresenta l’effetto o la causa? In un certo senso la causa, poiché il suo compito è dirigere la locomozione. Ma in un altro senso, essa è l’effetto poiché è l’attività motrice ad alimentarla.” (p. 113)


Alla base di tutta l’evoluzione c’è lo sforzo di utilizzare al meglio le risorse energetiche disponibili. Ogni essere vivente accumula energia a modo suo. L’energia si accumula nella materia. Tra gli esseri viventi non vi è però collaborazione, bensì concorrenza. 
L’animale è proiettato verso l’azione, il suo sviluppo cerebrale ha quindi due funzioni essenziali, rispetto all’accumulo di energia: adattamento ai movimenti e libertà di scelta.
Questo fatto è all’origine del libero arbitrio, come espressione della vita nella materia. Ma ne parleremo più avanti.
Riassumendo, possiamo dire che dal basso verso l’alto, vi è un unico slancio vitale, che si dirama come un ventaglio.
Questo slancio combatte la materialità è una forza che modifica la materialità per elevarsi sempre più verso la libertà.
Alcune diramazioni di questo slancio si fermano, prima, vi è una scissione sempre più articolata che parte però da questo unico epicentro. 
Altre diramazioni raggiungono un grado di libertà maggiore, come gli animali rispetto alle piante. La vita è di per sé movimento, l’evoluzione è movimento. Un maggiore movimento fisico implica anche un maggiore movimento coscienziale e viceversa. 


Torpore vegetativo, istinto e intelligenza
Possiamo distinguere questo sviluppo con tre fattori: torpore vegetativo, istinto e intelligenza.


“L’errore capitale, quello che, trasmettendosi da Aristotele in poi, ha viziato la maggior pare dei filosofi della natura, è considerare la vita vegetativa, la vita istintiva e la vita razionale, come tre gradi successivi di una stessa tendenza che si sviluppa, mentre sono tre direzioni divergenti di un’attività che si è scissa crescendo” (p. 135)


Intelligenza e istinto si oppongono e si completano, possono sembrare una superiore e una inferiore ma sono del tutto diverse. 
L’istinto utilizza qualcosa che già esiste, quindi senza mediazione. L’intelligenza media. Sappiamo tutti che quando parliamo di istinto facciamo riferimento a qualcosa di inconsapevole, ma è davvero così? La coscienza misura la distanza tra la rappresentazione e l’azione, si è coscienti di qualcosa quando esso può essere immaginato. La coscienza dell’intelligenza è chiara, ma la coscienza dell’istinto esiste nella misura in cui può essere risvegliata. Essa è quindi dormiente. 
Un animale che si comporta in modo istintivo non ha questa immagine coscienziale, eppure agisce conoscendo.
Ne deduciamo che vi è conoscenza sia nell’istinto che nell’intelligenza, ma l’istinto non analizza.
L’intelligenza umana si fonda sulla necessità dell’azione. Grazie ad essa abbiamo quella coscienza chiara, cioè quella molteplicità di immagini che precede l’azione. Da cui deriva quindi anche la libertà.
L’oggetto principale dell’intelligenza è il solido inorganico, in particolare la sua scissione e costruzione. 


“L’intelligenza è caratterizzata dalla potenzialità infinita di scomporre secondo qualsiasi legge e di ricomporre in qualsiasi sistema.” (p. 155)


L’intelligenza per poter esistere deve poter quindi scomporre. L’evoluzione non è comprensibile per l’intelligenza. L’intelligenza divide, somma, rappresenta il tempo come stati divisi. L’intelligenza non può penetrare la vita, poiché essa è pensata per gestire la materia.
La vita può essere compresa solo dall’intuizione, ovvero dall’istinto disinteressato.


“L’intelligenza resta il nucleo luminoso attorno al quale l’istinto, anche se ampliato e purificato in intuizione, non forma che una vaga nebulosità. […] L’intuizione potrà farci cogliere quanto vi è di insufficiente nei dati della coscienza.
[L’intuizione] senza l’intelligenza sarebbe rimasta, sotto forma di istinto, inchiodata all’oggetto che le interessa praticamente.”

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