MENU
2014(6): Perché il reale è razionale e il razionale è reale? Dualismo e Monismo

2014(6): Perché il reale è razionale e il razionale è reale? Dualismo e Monismo

 

*

2014

(Giugno)

*

PERCHÉ IL REALE È RAZIONALE E IL RAZIONALE È REALE? 
SULLA DISTINZIONE FONDAMENTALE
TRA IL PENSIERO DUALISTA (KANT) E MONISTA (HEGEL)

*

Relazione seminariale
(Università degli Studi di Urbino)

*

Registrazione audio: no

*

Pubblicazione cartacea: no

*

Pubblicazione digitale: sì, qui di seguito
(Trascrizione della registrazione audio originale.)

*

Prima di addentrarmi nel tema del presente scritto, intendo precisare che la mia trat-tazione del pensiero di Hegel non è e non può essere completamente storica, ossia del tutto fedele al testo hegeliano, giacché, essendomi immedesimato nel suo pensiero da giovane, essendo cresciuto con la sua filosofia e avendone notato sia l’estrema attua-lità, nonostante i due secoli trascorsi, sia alcuni punti deboli, io l’ho rivissuta e ripen-sata. Nel fare ciò, ho adeguato sia il mio pensiero sia la mia vita pratica, etica e morale all’idealismo assoluto di Hegel. Di conseguenza, dal mio punto di vista non sarebbe possibile ripercorrere il pensiero hegeliano in modo strettamente storico, pur volendo farlo, perché il mio contatto con la sua filosofia è sempre filtrato da un ripensamento. Nel mio scritto, allora, si alterneranno parti necessarie, fedeli al testo, come quando tratterò della logica e della dialettica ad altre parti in cui mi allontanerò dalla lettera, restando, però, nello spirito dell’idealismo assoluto. In generale, il mio sforzo è quello di presentare non tanto la filosofia di Hegel intesa in senso storico né la versione che egli ci ha presentato dell’idealismo assoluto, quanto una sua versione attuale.
Hegel presenta il proprio pensiero filosofico come il culmine della storia della filoso-fia secondo una motivazione logica: per il filosofo tedesco la storia della filosofia non è una sequenza di opinioni, per cui ognuno può scegliere in base a delle preferenze soggettive quale tra i filosofi gli sia più gradito, se Platone o Cartesio oppure altri, ma in essa è presente uno sviluppo logico e un accrescimento del sapere, come nella scienza empirica e in qualsiasi altra scienza, perché la filosofia è una scienza come le altre. Essa, però, è la prima scienza che è pervenuta al proprio compimento, cioè ha compreso il proprio oggetto. Quindi, per Hegel il proprio sistema rappresenta la filo-sofia assoluta, non perché egli si ritenga più bravo o intelligente di altri, bensì perché lui è stato, per così dire, l’ultimo muratore, che ha collocato l’ultima pietra di un edi-ficio. Il fatto che sia stato Hegel è un caso, in realtà poteva essere qualcun altro, poi-ché ci sono stati tanti altri uomini che hanno costruito l’edificio a partire dalle fon-damenta, che sono appunto i vari pensatori della storia della filosofia. 
Hegel esprime questa concezione della storia della filosofia non come un proprio pensiero arbitrario, bensì fondato sulla logica, per cui c’è una corrispondenza tra lo sviluppo delle categorie logiche, che è immanente e ha una propria necessità, e lo svi-luppo della storia della filosofia. È come se ogni filosofo avesse compreso una cate-goria del pensiero e l’ultimo filosofo, che per puro caso è Hegel, comprende la cate-goria ultima, ossia l’idea assoluta, e, così, chiude la storia della filosofia. Ma la filo-sofia non è finita, ha solamente raggiunto il proprio scopo, ossia la comprensione dell’archè, del principio primo del mondo e quindi l’esposizione dell’etica, della mo-rale come conseguenza e applicazione del principio teoretico dell’archè. 
Dopo Hegel, allora, le possibilità che si presentano sono due: o lo si rigetta comple-tamente, mettendo da parte la sua concezione della storia della filosofia, oppure non si può fare altro che rivivere in noi, ripensare, immedesimarci in questo pensiero e migliorarlo, nonché attualizzarlo, perché non ogni punto del sistema filosofico hege-liano è la perfetta espressione dell’assoluto. Il sistema completo rappresenta la verità assoluta, ma è storicamente legato al tempo, quindi è necessario attualizzarlo, seppur i principi fondamentali non possano essere modificati da un punto di vista idealistico assoluto. La mia trattazione della dialettica, che è il principio fondamentale del pen-siero di Hegel, è dunque un’esposizione storica, ma non solo, perché essa è un modo per rivivere e ripensare ed essere hegeliani oggi o più precisamente essere idealisti assoluti, relativamente all’idealismo assoluto di Hegel, che si distingue da quello soggettivo di Fichte e oggettivo di Schelling. 
Fatta questa premessa, mi ricollego a Kant e a come il suo pensiero porti a diversi problemi e aporie, le quali lo costringono nel giro di tre anni, dal 1785 al 1788, a for-nire tre versioni, anche in parte diverse tra loro, della propria filosofia morale. Egli arrivò a identificare la libertà come fatto e introdusse i postulati dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima, che si rivelarono non perfettamente conciliabili con i principi del kantismo stesso. La filosofia di Kant è, d’altronde, assolutamente fonda-mentale per la comprensione dell’idealismo successivo, infatti i giovani Hegel e Schelling insieme ad altri studenti dello stift di Tubinga, lo chiamavano ‘Vater’ Kant, papà Kant, poiché era il loro padre dal punto di vista filosofico. All’epoca era impos-sibile pensare e fare filosofia senza riferirsi a Kant, poiché il filosofo di Konigsberg aveva compiuto una rivoluzione enorme: egli era stato l’inauguratore della splendida epoca filosofica che visse la Germania a cavallo tra il 1700 e il 1800. 
È presente, però, un limite fondamentale della filosofia kantiana, che ci collega diret-tamente a Hegel. In Kant, come anche in Fichte, c’è sempre un divario e una scissione tra soggetto ed oggetto, tra razionalità e realtà, per cui egli è costretto ad ammettere un noumeno, una cosa in sé, giacché l’uomo non riesce mai completamente a pensare, a capire e a conoscere veramente come sia la realtà in sé. Da questa scissione tra ragione e mondo, tra soggetto e oggetto, che è sempre presente e della quale Kant non riesce mai a liberarsi, scaturiscono diversi problemi: la questione della scissione nell’uomo dal punto di vista morale tra spirito e corpo, tra esigenza di virtù, ma anche esigenza di felicità. Da qui la necessità per Kant di introdurre dei postulati per garantire la felicità e una certa armonia nell’uomo tra spirito e corpo, seppur questi si rivelino insoddisfacenti da un punto di vista filosofico. Egli, allora, rimane prigioniero di questa sua incapacità di comprendere l’unità tra l’uomo e il mondo, tra il soggetto e l’oggetto, fra il razionale ed il reale. Questo, invece, è il principio fondamentale della dialettica di Hegel. 
Nella filosofia del diritto, Hegel scrive: “Ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale”, questa famosa frase, poi variamente interpretata, sta ad indicare che tra razionalità e realtà esiste un collegamento, esse sono la stessa cosa, ossia due aspetti diversi di considerare la stessa unità. Continua Hegel: 
“Ogni coscienza ingenua del pari della filosofia riposa in questa persuasione e di qui appunto procede all’osservazione dell’universo spirituale in quanto universo naturale (….) Si tratta allora di riconoscere l’apparenza del temporaneo e del transitorio e la sostanza che è immanente e l’eterno che è attuale, invero il razionale, il quale è sino-nimo di idea, realizzandosi nell’esistenza esterna, si presenta in un’infinita ricchezza di forme, fenomeni e aspetti e circonda il suo nucleo della storia variegata, alla quale la coscienza si sofferma prima e col concetto trapassa per trovare il polso interno e per sentirlo ancora palpitante delle forme esterne”. 
Questo è il pensiero fondamentale di Hegel: egli ammette una soglia esterna e degli aspetti accidentali della realtà, che non sono razionali nel senso forte del termine, poiché hanno delle loro spiegazioni e delle cause efficienti, che sono cause esterne del momento, ma non sono necessarie. Nella realtà esiste un livello concettuale, a cui perveniamo attraverso il pensiero e non attraverso l’esperienza, che è necessario e ra-zionale. Quindi, c’è un blocco unico del reale e di ciò che accade e quest’unità ha due aspetti: uno necessario e concettuale, che non può che essere così, e uno, invece, ac-cidentale, non necessario, che può anche essere altrimenti. 
È possibile fare, a questo punto, qualche semplice esempio: il fatto che noi oggi ci troviamo qui ha un aspetto concettuale, dovuto al nostro desiderio di approfondire al-cune tematiche e, quindi, questi sono aspetti razionali, che hanno un loro fondamento, dovuto ad una nostra logica. Ma il fatto che noi siamo in questa aula e non in un’altra, che siamo vestiti in un certo modo e non in un altro sono aspetti accidentali, non han-no alcuna logica, se non quella imposta da scelte che potevano essere anche diversa-mente. Facendo un esempio più elevato, invece, è possibile citare la rivoluzione fran-cese: il fatto che gli uomini prima o poi dovessero affermare con tanta forza il proprio desiderio di libertà in modo incondizionato, rappresentato anche dalle varie rivolu-zioni che ci sono state successivamente, questo è un qualcosa di necessario nella sto-ria, perché prima o poi, dal punto di vista idealistico, l’uomo si libera delle proprie catene. Ora è il caso della primavera araba. Lo spirito ha bisogno di riconoscersi in una forma di Stato in qualche modo libera, che garantisca almeno i diritti fondamen-tali. Questo è un processo necessario e storico dello sviluppo del concetto dello spiri-to. La rivoluzione può avvenire in un anno o in un altro, in una generazione di quel paese o in un’altra, questi sono aspetti accidentali della cronaca storica, ma che prima o poi avvengano, che prima o poi qualche popolo si dia una forma di stato libera, questo è un fatto necessario nella storia dal punto di vista hegeliano. 
Questa prospettiva è completamente diversa da quella kantiana: non è più presente il noumeno, la cosa in sé, perché attraverso il pensiero l’uomo comprende e penetra la realtà, ne conosce la struttura logica e necessaria, sempre che non si fermi alle appa-renze. Egli ha una prima conoscenza della realtà, quella empirica, nata dall’esperienza di quel che vede e che sente, essa è un primo contatto, una prima forma di conoscenza, la veste esteriore e accidentale del reale, ma successivamente, e qui dalla conoscenza empirica si passa a quella speculativa, attraverso il pensiero filosofico e metafisico l’uomo penetra la realtà, il suo nocciolo, il nucleo profondo concettuale, comprendendo l’in sé della realtà. 
Giunti a questo punto, cosa ha a che fare l’identità tra reale e razionale con la dialetti-ca? Questo è il principio fondamentale della dialettica perché i primi due opposti che s’incontrano, sin dal principio, sono l’uomo e il mondo, il soggetto e l’oggetto, siamo noi come spirito col nostro corpo e i nostri istinti. Non dobbiamo cercare la dialettica fuori di noi, poiché essa è presente in noi, tra il nostro desiderio di felicità, di libertà, i nostri istinti e bisogni, che a volte rappresentano delle catene. Quindi, il primo prin-cipio della dialettica è il rapporto tra lo spirito e la materia, la ragione e il mondo, il soggetto e l’oggetto. Kant non riesce a risolvere questo rapporto: la sua dialettica, in fin dei conti, è negativa, rappresentando la parte debole del suo pensiero e venendo ad assumere un senso quasi spregiativo. Per Hegel è diverso, perché per il filosofo di Tubinga la dialettica è il rapporto tra l’aspetto logico della realtà e quello materiale, è presente una necessità logica che si sviluppa, che ha una forza in sé immanente, è il reale che deve assumere questa potenza e ne deve essere formato. Quindi, ci sono due aspetti: la forza del logos, del concetto che opera nella realtà, e la materia della realtà stessa, che viene formata da questa potenza interna del reale; il rapporto tra reale e razionale è allora proprio il primo fondamento della dialettica di Hegel. 
Pervenuti a questo punto, è bene approfondire come il filosofo tedesco argomenti e come si possa argomentare da un punto di vista idealistico assoluto questa concezio-ne, che si rivela essere molto lontana dal punto di vista odierno e attuale, il quale è più vicino a Kant. Non solo la filosofia dominante a livello accademico, ma anche il pen-siero dell’uomo comune oggi è basato maggiormente su una scissione tra uomo e materia, ragione e mondo, soggetto e oggetto piuttosto che fondato sulla loro unione. Oggi allora qual è la visione del mondo dominante? È presente, da una parte, una concezione della natura di tipo evolutivo, che si è affermata attraverso le scienze em-piriche, secondo la quale tutto si sviluppa nel tempo in modo autonomo, meccanico, non spirituale né logico, ma attraverso proprie leggi. Dall’altra parte, è concepito l’essere umano inteso come un soggetto che applica delle categorie, ossia quelle della logica formale e della matematica e riesce a mettere ordine nella propria esperienza e, quindi, a conoscere il mondo. Manca, però, del tutto una concezione organica, anzi-tutto se la nostra conoscenza del mondo sia una conoscenza oggettiva, fondata e sicu-ra e, in secondo luogo, una concezione sistematica e unitaria sia del mondo naturale sia di quello spirituale e della storia. 
Tutto ciò non ha una conseguenza negativa da un punto di vista teoretico, perché oggi tra le scienze empiriche, fisiche e storiche è presente una conoscenza adeguata del mondo, ma ha implicazioni enormi nel momento in cui si passa dalla conoscenza na-turale, naturalistica e storica all’etica, perché quest’ultima non riguarda qualcosa che è accaduto o che è misurabile, quindi non concerne né qualcosa di storico né di empi-rico, bensì il futuro, una prospettiva su come realizzare un progetto, per quali ideali vivere, che senso ha la vita, se la vita ha un senso, sia individuale che sociale. Quindi, manca una filosofia alla nostra cultura attuale, non c’è un riconoscimento generaliz-zato né a livello accademico né a livello dell’uomo comune. Esistono, però, le reli-gioni, che, in qualche modo, riescono a dare all’uomo una visione del mondo unitaria, ma non c’è una filosofia. L’ultima ideologia che è riuscita in qualche modo a dare agli uomini una visione laica e unitaria del mondo è stata il materialismo dialettico, che, però, è entrato fortemente in crisi negli ultimi decenni. La visione laica del mondo oggi è basata su una divisione tra il mondo umano e quello naturale: quest’ultimo concerne ciò che è accaduto o ciò che è misurabile e conoscibile attraverso le scienze storico e naturali, ma per quanto riguarda, invece, l’universo etico e politico, non ci sono teorie né dottrine riconosciute come universalmente valide. Il mondo attuale vive e agisce più nella prospettiva kantiana o addirittura in una peggiore, perché Kant comunque fonda un’etica oggettiva, mentre oggi è presente la prospettiva relativista, dove ognuno può assumere la propria etica e la propria verità e non esiste un criterio di riferimento, che legittimi la superiorità di una concezione etica rispetto ad un’altra. Questa è la prospettiva attuale, completamente diversa dalla prospettiva idealistico assoluta. Ma perché quest’ultima prospettiva, nonostante non sia riconosciuta oggi come valida, è, invece, fondata? 
A mio avviso, è possibile ammettere una conoscenza oggettiva e assoluta dal punto di vista idealistico assoluto attraverso alcuni passaggi logici, che ora cerco di elencare. Anzitutto, il fatto che noi possiamo conoscere la realtà, l’in sé della realtà, è il pre-supposto della vita di ognuno di noi, quindi anche lo scettico, colui che ritiene non si possa conoscere la realtà, comunque presuppone nella propria vita quotidiana un qualcosa, già nel momento in cui, per esempio, mette in moto l’automobile, poiché questa operazione si fonda su una serie di conoscenze fisiche, chimiche e così via op-pure nel momento in cui si reca dal medico e si fa curare, per esempio, presuppone già una conoscenza del mondo e il fatto che l’uomo abbia conosciuto il mondo in modo oggettivo. In secondo luogo, ci si autocontraddice, poiché se noi affermiamo che non è possibile pervenire ad una verità assoluta, almeno questa frase ha un valore assoluto, perché o questa proposizione ha un valore assoluto e allora si autocontrad-dice, in quanto ha detto almeno una verità assoluta, ossia che non esiste verità assoluta oppure se questa frase ha anche un valore relativo, allora significa che è possibile una verità assoluta, quindi non è possibile sostenere che non esista una verità oggettiva ed assoluta. Nel momento in cui l’essere umano ritenga di aver conosciuto qualcosa e applica le proprie conoscenze alla tecnica e queste funzionano, cioè nel momento in cui siamo capaci, per esempio, di guarire una malattia e di intervenire nei processi biologici del corpo, significa che abbiamo compreso quella che Hegel definirebbe la struttura concettuale di quell’aspetto della realtà, ossia i nostri interventi e la capacità di modificare e di riprodurre degli oggetti, che funzionano in modo logico, conferma-no la logicità del reale. Il problema allora non è più se noi possiamo conoscere la cosa in sé, per ritornare a Kant, perché noi possiamo intervenire su di essa, modificarla e addirittura riprodurla. Questo è un dato di fatto, il problema è un altro: non più se possiamo, ma perché e come sia possibile che l’uomo riesca a capire il mondo. Una volta che troviamo la risposta, allora come possiamo impadronirci di una logica per capire e migliorare la nostra conoscenza del mondo? In questo modo, si è passati dal dubbio kantiano “se..” alla sicurezza che noi conosciamo il mondo e, quindi, la do-manda cambia: “Perché lo possiamo conoscere?”. 
A mio avviso, e qui interpreto un po’ Hegel, anzitutto dobbiamo distinguere fra una nostra ragione soggettiva, la capacità razionale o logos soggettivo, poiché se noi co-nosciamo la realtà, attraverso la tecnica, allora ci deve essere una ragione nella realtà stessa oggettiva, infatti se non ci fosse razionalità nel mondo, non potremmo neanche conoscerlo. Quindi, partendo dal logos soggettivo e dalla conoscenza che abbiamo, dobbiamo concludere che c’è un logos oggettivo, una razionalità oggettiva. A questo punto, l’ulteriore domanda che ci si pone è: “Come esistono questi due aspetti della razionalità?”. Occorre, così, passare da una prospettiva di tipo statica di giustapposi-zione, quale è quella della mentalità comune che considera l’uomo opposto al mondo, a una prospettiva panteistica, unitaria e olistica. Ragione e mondo non sono distinti, ma esiste un solo essere, l’uno come totalità, che si sviluppa e ha una razionalità in sé, che si rivela essere inconscia ed è quella propria della natura. Essa ha le sue leggi e una razionalità, che emerge dalla coscienza dell’uomo e diventa consapevole, così si esprime un’unità di natura e uomo, che sono una sola cosa, ma con due livelli diversi di sviluppo: uno meccanico e necessario, quello della materia, e l’altro cosciente, quello dell’essere umano, che diventa libero. 
A questo punto, la visione del mondo inizia a diventare più chiara e si comprende perché Kant non riuscì a risolvere il problema della cosa in sé: egli adottò una pro-spettiva dualistica, ritenendo che ci fosse, da una parte, l’uomo e, dall’altra, il mondo. Se noi abbandoniamo questa prospettiva, pervenendo a quella monistica, olistica e unitaria, allora la situazione cambia. Questo punto di vista oggi è in accordo assoluto con lo sviluppo delle scienze e la filosofia della natura di Hegel si rivela essere il mo-do migliore per spiegare le scienze attuali. Noi abbiamo adottato una concezione uni-taria ed evolutiva del mondo, non ancora dialettica, e, quindi, lo sviluppo della ragio-ne passa da un livello di ragione oggettiva, materiale, con le sue proprie leggi, le leggi della fisica, della chimica, della biologia e così via, ad un livello spirituale, con le leggi della storia e della società. Ma la ragione è una ed è per questo motivo che possiamo conoscere il mondo, altrimenti ciò non sarebbe possibile. Così avviene la fondazione della conoscenza e dell’oggettività del mondo, che si basa su Hegel, in qualche modo attualizzandolo. 
Questa è la teoria dell’io capisco, come la definisco, vale a dire che noi capiamo il mondo, ma non solo, in qualsiasi momento della nostra vita noi siamo sempre appli-cati a capirlo, perché in ogni azione, anche nella più banale, noi stiamo cercando di capire cosa fare, dove andare, come fare, come muovere l’oggetto, anche se sono a-zioni che noi compiamo in modo assolutamente automatico. Tutta la nostra vita si ba-sa sull’Io capisco, non solo sul nostro, ma sull’Io capisco dell’essere umano in gene-rale. Tutti i vestiti che noi indossiamo sono la storia di materiali, l’edificio, che ci ac-coglie, è il risultato della storia e dell’Io capisco che ha capito come costruire. In-somma, tutta la nostra vita si basa su quest’Io capisco, che io sostituisco all’Io penso di Cartesio e rappresento come qualcosa in più rispetto all’Io penso kantiano, poiché non solo pensiamo, ma noi capiamo. Proprio per quest’unità presente, è possibile tro-vare il mondo, noi stessi siamo il mondo, dentro di noi abbiamo tutte le leggi della fi-sica, della chimica, della biologia, noi siamo tutto, noi siamo l’Assoluto. Ci troviamo allora in una prospettiva completamente diversa da quella kantiana, ossia nella dialet-tica, che è relazione e scienza delle relazioni. Così, Hegel ha risolto il primo problema importante, quello della relazione tra uomo e mondo, tra ragione, soggetto, oggetto. Questo è il principio primo della dialettica. 
Andando avanti nel ragionamento hegeliano, in qualche modo rivissuto e reinterpre-tato, allora è chiaro che se il logos soggettivo dell’uomo comprende il logos oggettivo della natura, della materia e della storia, essi non rappresentano due logos diversi, ma sono la stessa cosa, è la ragione che capisce se stessa com’essa è nella materia, un’identità. A questo punto, in quanto è presente nella nostra ragione l’Assoluto, noi attraverso la logica, che è la scienza della ragione, possiamo capire l’Assoluto. È chiaro allora che noi possediamo una chiave d’accesso privilegiata, quella che Kant non aveva, perché a lui mancavano l’Assoluto e la metafisica, conseguenza del fatto che non aveva compreso l’unità tra uomo e mondo. Hegel si basa su Kant, quindi non è possibile affermare che uno è stato più bravo dell’altro, poiché, se non ci fosse stato Kant, non ci sarebbe stato Hegel; è necessario, quindi, vedere le situazioni in prospet-tiva. Il filosofo di Tubinga, partendo dal concetto dell’unità e avendo individuato l’Assoluto come una razionalità presente sia nella natura sia nell’uomo, possiede una chiave d’accesso privilegiata all’Assoluto, che è la logica. Infatti, la logica hegeliana è metafisica e teologia, perché l’Assoluto è quel che la religione ha definito Dio. Allora, Hegel non ha bisogno di ricorrere a un postulato, come invece paradossalmente fece proprio Kant che, pur volendo criticare la metafisica e costruire una scienza perfetta, senza ammettere verità non dimostrate, dovette ricorrere a quest’ultime. Hegel, invece, non ne ebbe bisogno, dal momento che l’Assoluto è in noi e nel nostro pen-siero, noi siamo nel nostro pensiero l’Assoluto e un modo di esistenza dell’Assoluto stesso, quello privilegiato, razionale e cosciente. Noi, attraverso lo studio del nostro pensiero, conosciamo l’Assoluto, quindi la scienza della logica di Hegel riveste un ruolo assolutamente fondamentale. Egli, all’interno di essa, procede dal fatto secondo il quale la ragione conosce se stessa, nel senso dell’Assoluto che conosce se stesso. 
Altro punto fondamentale nella logica è che forma e contenuto coincidono, perché la nostra ragione è fatta di categorie, che noi applichiamo all’esperienza, e qui mi riferi-sco a Kant, utilizzando il suo linguaggio: io vedo la fiamma, metto il dito sul fuoco e mi brucio, l’esperienza è bruciarmi, il passo successivo, dopo che lo ripeto, è affer-mare che il fuoco è la causa, quindi applicare la categoria di causa. Questo è l’esempio più semplice, ma le categorie sono tante e diverse: quella di sostanza, per esempio, per cui noi identifichiamo un oggetto, come un’aula, pur non vedendo noi un’aula, ma tanti oggetti posti in un certo modo che ci fanno affermare che questa è un’aula. Ci sono, dunque, varie categorie che costituiscono la struttura della ragione. Il primo aspetto fondamentale è che le categorie nella logica conoscono se stesse, quindi è presente un’unità fra il conoscente e il conosciuto, mentre quando conosciamo un aspetto della natura il conoscente sono le categorie e il conosciuto, per esempio, sono i fenomeni fisici e biologici, per cui c’è una diversità. Nel caso della logica, invece, questa diversità non esiste, forma e contenuto coincidono. Quindi, quale deve essere il metodo, si chiede Hegel? Quale deve essere il metodo di conoscenza dell’Assoluto e della ragione? Egli afferma che esso è uno solo: non il soggetto, l’uomo Hegel o noi come persone singole che applichiamo un metodo, perché questa sarebbe una cosa arbitraria. Si dovrà, allora, ricorrere alla fondazione del metodo, ma a livello di logica non possiamo, perché la logica stessa è poi la fondazione di tutto. Hegel arriva alla conclusione che c’è un solo sistema, secondo il quale le categorie si sviluppano l’una dall’altra con un proprio autosviluppo, crescendo l’una dopo l’altra, la prima dà vita alla seconda, la seconda alla terza e così via. In questo modo non è il soggetto empirico che conosce la ragione, ma è la ragione che conosce se stessa, sono le categorie che conoscono se stesse, che si autoespongono e così la logica viene ad assumere un valore assoluto, perché indipendente dal soggetto Hegel o xy. Qualsiasi persona, nel momento in cui perviene alla consapevolezza di avere in sé la ragione assoluta, può ricostruire la logica, seguendo lo sviluppo delle categorie l’una dall’altra. È necessario, allora, iniziare da una categoria e poi da questa ci sarà l’autosviluppo; così Hegel procede dalla categoria dell’essere, poiché nel momento in cui noi vogliamo conoscere la ragione assoluta, già sappiamo qualcosa, ossia che è, pur non sapendo cosa sia, sappiamo che è e comprendiamo che c’è questa ragione in noi. La prima categoria è immediata, è la prima cosa, la prima determinazione di un oggetto è che è, poi è necessario esaminare cosa è, poiché essa è indeterminata, non ha alcuna qualità né determinazione, noi non sappiamo assolutamente nulla ancora della ragione. Stiamo conoscendo sia essa sia l’Assoluto e l’unica cosa che sappiamo è che è, che c’è questa ragione in noi, ma cosa sia non lo sappiamo ed ecco perché l’essere è la categoria prima, immediata ed indeterminata. Quindi, la categoria dell’essere è il cominciamento, ma Hegel, proseguendo nel proprio ragionamento, si chiede cosa sia l’essere e risponde che non è ancora nulla, non sappiamo ancora nien-te della ragione. Appare, così, la seconda categoria, ossia il nulla, il non essere. Au-tomaticamente dalla categoria dell’essere è emersa la seconda categoria del nulla, nel momento in cui partendo dall’essere io mi chiedo che cosa sia, devo riconoscere che ancora non è nulla, una seconda categoria. Non sono io, però, che affermo questo e neppure Hegel, ma è la stessa categoria dell’essere che fa emergere da sé il nulla e questa è la dialettica immanente. Sulla scena si presentano l’essere, il nulla, il rapporto fra l’essere e il nulla; sappiamo, allora, qualcosa in più, ossia che la nostra conoscenza della ragione è in divenire. La ragione è e non è il nulla, ma la stiamo conoscendo, si sta formando e sta divenendo la conoscenza della ragione. Quindi, la terza categoria è il divenire: l’essere trapassa nel nulla, che si rivela essere qualcosa, ossia di nuovo essere. Questa è la dialettica: l’essere il nulla, il nulla essere, l’unità dei due, la terza categoria, che è il divenire, cioè la nostra conoscenza della ragione che sta divenendo. Il divenire è una categoria che rispetto a quella di essere possiede già una qualità in più: non è indeterminata, ma ha una determinatezza, che è appunto il divenire. È stato fatto così un passo in avanti rispetto all’essere: il punto di partenza era il fatto che la ragione è, ma non è ancora nulla, sta divenendo e questo divenire è qualcosa di più dell’essere, è già qualcosa di determinato. Allora abbiamo ancora un’altra categoria, ossia l’essere determinato, il qualcosa che si distingue da altro, perché se qualcosa ha una determinatezza è distinto da un altro e scaturisce, così, l’altra categoria: l’altro. Qui mi fermo perché si potrebbe procedere così all’infinito. 
Questa è la logica con le sue categorie, delle quali Hegel si fa solo portavoce, poiché esse hanno una propria dialettica immanente. La ragione ha in se stessa questa logica interna, che è la dialettica in senso specifico. In essa è presente questa razionalità ne-cessaria, che è l’Assoluto, che si autosviluppa attraverso le varie categorie e costruisce quello che Hegel chiama, con un’espressione molto bella, “una via che costruisce se stessa” e non potrebbe essere altrimenti, perché se fosse costruita da un filosofo, essa sarebbe affetta dall’accidentalità arbitraria delle scelte del filosofo stesso. Hegel è contrario a ciò, poiché se la filosofia deve essere scienza, essa deve fondarsi su un movimento proprio oggettivo, un pensare oggettivo, che si sviluppi da sé e dia un’autonomia del pensiero. La logica, così, conosce le categorie, che sono la struttura della ragione oggettiva e soggettiva e l’Assoluto. Questa forza è alla base di tutto l’essere, è dinamica e da ciò si spiega l’evoluzione del mondo dal punto di vista idea-listico assoluto. 
Riguardo alle categorie, Hegel afferma che il punto fondamentale è la negatività, poi-ché in questo processo c’è un continuo superamento, quindi, la dialettica si fonda sul negativo. Se non ci fosse il No, il limite e l’altro, non ci sarebbe lo sviluppo, reso possibile dal momento negativo, non solo da quello positivo. Questa è la vita dello spirito: noi siamo sempre negativi, una persona è tanto più spirituale tanto più è nega-trice dell’esistenza, tanto più critica e da criticare; l’uomo è fatto in questo modo, deve andare avanti, progettare, criticare gli altri e se stesso. Questa dialettica non è per Hegel qualcosa di astratto, poiché è proprio la nostra intima essenza, noi siamo più dialettici ancora della materia: mentre negli esseri naturali esiste anche il logos, ma esso non ne costituisce l’essenza, per l’uomo il logos è l’essenza. Quindi, cosa rende specifico un uomo nell’universo? Il fatto che il logos, l’Assoluto sia la sua essenza, noi siamo e ci identifichiamo fondamentalmente con la nostra ragione e il nostro spi-rito, siamo l’incarnazione dell’Assoluto, siamo dialettica e negatività pura. Quest’ultimo è l’aspetto fondamentale della dialettica, ma, afferma Hegel, non è l’ultimo tassello, poiché la negatività termina, dando luogo ad un superamento, il concetto importante appunto dell’Aufhebung: si supera il momento negativo e si per-viene ad uno stadio superiore, che include quello precedente. Per esempio, il concetto del divenire, rimanendo nelle prime tre categorie, è sempre il passaggio dall’essere al nulla, dal non essere all’essere, dall’essere al non essere, esso può essere un divenire verso la fine e la morte, dall’essere al non essere. Il risultato, comunque, conserva sempre quanto di positivo c’è stato nel primo momento. C’è, dunque, riepilogando, un primo momento che è l’affermazione, l’essere, che poi viene negato all’interno della negazione prima, che si distingue dalla negazione seconda, il divenire. Croce in Italia ha chiamato questo processo Tesi, Antitesi e Sintesi, ma nel linguaggio hege-liano preciso vengono definiti con i termini di affermazione, negazione prima, nega-zione seconda. L’uomo è negativo, ma successivamente egli deve negare la sua stessa negatività, altrimenti si muoverebbe in una negazione continua che non porterebbe a niente. L’uomo deve essere capace, partendo da uno stato affermativo e positivo, di negarlo, egli non può rimanere fermo in uno stato di negazione, ma deve adottare una negazione seconda, ossia negare anche la stessa negatività. In questa negazione della prima negatività l’uomo è soddisfatto, quando ha raggiunto lo scopo, ossia la nega-zione seconda, ma questo raggiungimento sarà temporaneo, perché la dialettica inter-na dell’uomo lo porterà comunque ad andare ancora avanti. Questo è il suo destino e la sua grandezza. Egli non può, allora, che vivere dialetticamente, vivere negandosi, risolvendo la negazione in una nuova affermazione nella quale è temporaneamente soddisfatto, ma condannato ad andare sempre avanti. Questa è la nostra dialettica in-terna, che non può essere diversa da com’è, perché questa è la ragione e noi siamo così: questo è il prezzo che dobbiamo pagare per avere in noi, come nostra essenza, l’Assoluto. 
In questa problematica dell’Assoluto che è in noi, molta importanza hanno altre cate-gorie, che ancora devono essere esposte, ossia quelle del finito e dell’infinito. Si po-trebbe obiettare che nell’intero processo fin qui esposto non si raggiunga nulla e che ci sia un progresso all’infinito, ma in realtà non è così. È certamente presente un pro-gresso all’infinito, ci sono momenti finiti di realizzazione e di soddisfazione, che sono destinati a essere superati, però le categorie vanno sempre avanti, si sviluppano l’unadall’altra secondo un progresso e nel momento in cui si raggiunge lo scopo, quello è il vero infinito. Allora esso è il processo che porta da un momento iniziale, attraverso la sua negazione, a un nuovo momento affermativo positivo. L’infinito non è qualcosa che dura sempre, bensì un processo che perviene a un compimento, anche se quest’ultimo per la natura stessa della dialettica non ferma lo sviluppo, esso va a-vanti, pur in quel momento raggiungendo uno scopo. Hegel, allora, distingue la cate-goria del vero infinito da quella del falso infinito. Noi oggi pensiamo all’infinito come qualcosa che non finisce mai, ma non è così, nella nostra vita noi raggiungiamo degli scopi e delle mete, che rappresentano il vero infinito. Noi dobbiamo pensare che nel momento in cui raggiungiamo qualcosa quello è vero infinito, successivamente si avrà un nuovo processo e un nuovo scopo da raggiungere. Hegel distingue, così, il finito, che sono i singoli momenti finiti e l’infinito, il vero infinito, che è il risultato, come egli stesso dice nella sua famosa frase Das Wahre ist das Ganze, Il vero è l’intero, ma quest’ultimo è il risultato, cioè nel risultato di qualcosa noi ritroviamo l’intera spiegazione del processo che sta alla spalle, quindi alla fine per sillogismo si deve concludere che il vero è il risultato. Il vero del mondo da un punto di vista idealistico assoluto è il fatto che sia emerso l’essere umano, questa è la verità del mondo e il senso dell’universo può essere qui, su questo pianeta o su un altro pianeta, dipende da quante umanità ci saranno (già Giordano Bruno l’aveva intuito). Oggi noi sappiamo attraverso le scienze empiriche che non esiste un solo mondo, che le galassie sono infinite, come anche i pianeti, i soli e da qualche altra parte dell’universo esisterà un’altra forma d’intelligenza e le categorie saranno queste, alla base di tutto l’essere. 
Altro concetto importante è il circolo dialettico: Hegel sostiene che la verità è un cir-colo, ossia il passaggio da una fase iniziale, affermativa, attraverso la negazione, alla negazione seconda, quindi al risultato. Egli si serve qui di un’espressione molto bella: dato che la scienza si costruisce in questo modo attraverso la dialettica, essa è un cir-colo di circoli, tanti concetti e paragrafi si sviluppano in questo modo e alla fine ogni capitolo è un circolo e il testo intero dell’Enciclopedia delle Scienze filosofiche, ossia il sistema del sapere assoluto, è un circolo di circoli, la stessa vita, il mondo, tutto è un circolo di circoli.
Arrivati a questo punto, abbiamo chiarito la parte della logica, quindi della dialettica, perché la logica è il testo fondamentale per la dialettica di Hegel e per la fondazione di quest’ultima, che non è altro che ciò che ho esposto ora e che è possibile sintetizzare nel concetto di circolo. Il sistema filosofico di Hegel e la sua dialettica dell’Assoluto non possono riguardare soltanto la logica, perché essa è la struttura del logos, il quale logos poi è a sua volta l’aspetto razionale e concettuale della materia, quindi lo sviluppo della natura e soprattutto della vita dell’uomo. 
Abbiamo, così, approfondito il concetto di razionale nell’e
quazione “il razionale è re-ale e il reale è razionale”, come ci eravamo preposti all’inizio.

*

 
Info
Print
96 hits