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2002(5): J.F. Flatt, il maestro di Hegel.  Il dibattito sulla teologia morale kantiana in Germania t

2002(5): J.F. Flatt, il maestro di Hegel. Il dibattito sulla teologia morale kantiana in Germania t


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2002

Johann Friedrich Flatt, il maestro di Hegel.

Il dibattito sulla teologia morale kantiana in Germania tra il 1785 e il 1795

di

Marco de Angelis

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Dissertazione filosofica
Napoli 2002

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Testo cartaceo: non ancora pubblicato

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Testo digitale: qui sotto

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SECONDO PERIODO

(1793/94)

La soluzione della problematica teologico-morale:

la pura religione razionale universale

come risultato dello sviluppo storico delle religione

e fondazione di una moralità pura, razionale ed universale

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A. I PRESUPPOSTI

§25 Kant e ‘la religione nei limiti della semplice ragione’ (1792/93)

Quanto al dibattito filosofico-religioso che ebbe luogo in Germania, anche per questo secondo periodo vale lo stesso discorso fatto per il primo: l’avvio fu dato da una pubblicazione di Kant, in questo caso dallo scritto La religione nei limiti della semplice ragione.

Tale scritto si articola in 4 parti. Di queste parti la prima fu pubblicata da Kant come saggio nell’aprile del 1792 e l’intero testo, inclusa anche questa prima parte, fu pubblicato un anno dopo, nell’aprile del 1793.

In questo paragrafo verranno esposti i concetti fondamentali costituenti la struttura logica del discorso kantiano, in modo da poter formare così una base d’appoggio per il confronto con i frammenti giovanili hegeliani.

Il primo capitolo Della coesistenza del principio cattivo accanto a quello buono o del male radicale nella natura umana tratta il tema della natura umana, quindi si occupa della questione se l’uomo sia per natura buono o cattivo. Kant espone nelle prime pagine - di carattere introduttivo - tale questione nonché le due soluzioni opposte.

Nel primo e nel secondo paragrafo (intitolati rispettivamente Della originaria disposizione al bene nella natura umana e Della tendenza al male nella natura umana) egli analizza singolarmente le due possibili soluzioni.

Infine, nel terzo paragrafo L’uomo è cattivo per natura e nel quarto Dell’origine del male nella natura umana il filosofo delinea infine la propria posizione. Essa consiste nell’idea fondamentale che nell’uomo ci sia effettivamente una tendenza naturale al male, affinacata però alla disposizione al bene.

Nell’annotazione generale Del modo come l’originaria disposizione al bene si ristabilisca nella sua forza, con cui si chiude questa prima parte, il filosofo di Königsberg mette in chiaro l’esigenza che gli uomini ristabiliscano la loro naturale disposizione al bene, momentaneamente offuscata dalla disposizione al male.

In questo contesto è molto importante il concetto di ‘automiglioramento’ (‘Selbstbesserung’). Esso viene definito da Kant con una frase molto bella:

“Ristabilimento tramite l’applicazione della propria forza”.

“Wiederherstellung durch eigene Kraftanwendung”.([151])

Egli, inoltre, fornisce alcune indicazioni circa il modo in cui gli uomini possono raggiungere questo scopo.

Il terzo capitolo Della vittoria del buon principio sul cattivo e della fondazione di un Regno di Dio sulla terra è la parte centrale, nella quale Kant espone i risultati più importanti, cui egli è giunto in rapporto alla questione della ‘Wiederherstellung’ della disposizione al bene.([152])

Sintetizzando, il problema fondamentale, da cui prende le mosse la Religionsschrift, è il seguente: nell’uomo sono presenti sia la disposizione al bene che quella al male; nel momento storico attuale la disposizione al male ha preso evidentemente il sopravvento su quella al bene; occorre pertanto che l’uomo lotti contro questo fatto e ristabilisca la disposizione al bene come fattore vittorioso, ossia che si comporti in modo morale. Come ciò può venir realizzato? Tale è la questione fondamentale che ispira il resto dello scritto kantiano.

A questa domanda Kant nel terzo capitolo dà una risposta molto complessa ed articolata. Di seguito se ne esporranno i punti principali.

La causa per la quale l’uomo si comporta in modo cattivo si trova secondo il filosofo nel rapporto con gli altri uomini.([153]) La soluzione di questo problema, che con le parole di Kant può essere definita “la vittoria del principio buono su quello cattivo”, è raggiungibile perciò soltanto

“...tramite la fondazione e la diffusione di una società secondo le leggi morali ed avente come scopo le medesime.”

“[...] durch Errichtung und Ausbreitung einer Gesellschaft nach Tugendgesetzen und zum Behuf derselben” (p. 94)

Gli uomini però, a causa della “insufficienti forze dei singoli” (“unzulänglichen Kräfte der Einzelnen”) non possono darsi da soli le leggi morali (“Tugendgesetze”), che dovrebbero costituire il fondamento di una tale società; per questo motivo le forze singole dovrebbero “venir unificate in un’azione comune” (zu einer gemeinsamen Wirkung vereinigt werden”) e ciò può realizzarsi soltanto tramite l’idea “di un essere morale superiore”.([154])

Una siffatta società riceve a motivo del suo fondamento morale il valore di “popolo di Dio” (“Volk Gottes”). In questo popolo non si vive secondo la mera “legalità”, bensì secondo effettiva “moralità”.([155])

In quanto popolo di Dio una tale società o, nella terminologia kantiana, un tale “essere etico comune” (“ethisches gemeines Wesen”), che vive ed agisce “sotto la legislazione morale divina” (“unter der göttlichen moralischen Gesetzgebung”), è

“una chiesa, la quale, in quanto non è oggetto di una possibile esperienza, si chiama chiesa invisibile”.

“[...] eine Kirche, welche, so fern sie kein Gegenstand möglicher Erfahrung ist, die unsichtbare Kirche heißt” (p. 101).

Se all’uomo riesce di costituire una comunità corrispondente a questo ideale, si forma in tal modo la “vera chiesa (visibile)” (“wahre (sichtbare) Kirche”),([156]) ossia quella che

“rappresenta il regno (morale) di Dio sulla terra, nella misura in cui questo può verificarsi tramite l’uomo”.

“[...] welche das ‘moralische’ Reich Gottes auf Erden, soviel es durch Menschen geschehen kann, darstellt” (p. 101).

Contro quest’unica vera chiesa universale, fondata sulla vera fede, stanno le singole fedi storiche:([157]) l’una è per l’uomo “considerato soltanto come uomo”  (“bloß als Mensch betrachtet”), le altre per l’uomo “come cittadino” (“als Bürger”) (p. 105).([158])

A causa della debolezza della natura umana, secondo il parere di Kant, non è possibile fondare una chiesa universale sulla fede religiosa pura, sebbene soltanto questa possa essere fondamento di una chiesa universale

“[…] in quanto essa è una semplice fede razionale, che si lascia comunicare ad ognuno in forma di convincimento”.

“[…] weil er ein bloßer Vernunftglaube ist, der sich jedermann zur Überzeugung mitteilen läßt.” (pp. 102-103)

Occorre pertanto utilizzare a questo scopo una fede storica.([159])

Poiché però in ciò risiede il pericolo che questa fede storica guidi gli uomini ad un agire soltanto legale e non puramente morale,

“[…] è necessaria un’interpretazione della rivelazione pervenuta nelle nostre mani, ossia un’interpretazione totale della stessa secondo un significato che sia in accordo con le universali norme pratiche della religione razionale pura”.

“[...] eine Auslegung der uns zu Händen gekommenen Offenbarung erfordert, d.i. durchgängige Deutung derselben zu einem Sinn, der mit den allgemeinen praktischen Regeln einer reinen Vernunftreligion zusammenstimmt” (p. 110).

La religione razionale in quanto “spirito di Dio, che ci dirige in tutta la verità”,([160]) contiene infatti “il principio superiore dell’interpretazione della Scrittura”.([161]) Ciò deve assicurare che anche la fede storica promuova negli uomini moralità pura e non semplice legalità.

La coincidenza di religione razionale pura, unica ed universale, e fede storica, temporalmente e spazialmente limitata, non sarà però sempre necessaria:

“Infatti è una conseguenza necessaria della disposizione fisica e contemporaneamente morale in noi, la quale ultima è il fondamento e contemporaneamente l’interprete d’ogni religione, che questa finalmente venga pian piano liberata da tutte le motivazioni empiri­che, da tutti gli statuti, che si fondano sulla storia, e che unificano provvisoriamente gli uomini per la promozione del bene tramite una confessione, e così alla fine la religione razionale pura regni su tutti, ‘affinché Dio sia tutto in tutto’”.

“Es ist also eine notwendige Folge der phy­sischen und zugleich der moralischen An­lage in uns, welche letztere die Grundlage und zugleich Auslegerin aller Religion ist, daß diese endlich von allen empirischen Be­stimmungsgründen, von allen Statuten, wel­che auf Geschichte beruhen, und die ver­mittelst eines Kirchenglaubens provisorisch die Menschen zur Beförderung des Guten vereinigen, allmählich losgemacht werde, und so reine Vernunftreligion zuletzt über alle herrsche, ‘damit Gott sei alles in al­lem’”

(p. 121).

Qui culmina la storia religiosa dell’umanità, termina la sua “età giovanile” (“Jünglingsalter”), gli uomini, diventati adulti mettono via “quel che è infantile” (“was kindisch ist”; pp. 121-122) e “finisce la divisione umiliante tra laici e clero” (“der erniedrigende Unterschied zwischen Laien und Klerikern hört auf”). Così avviene il passaggio ad un “nuovo ordine delle cose” (“neuen Ordnung der Dinge”) e si può dire alla fine con pieno diritto

“[…] che il regno di Dio è venuto tra di noi”.

“[...] daß das Reich Gottes zu uns gekom­men sei” (p. 122).

In tal modo, quindi, è creato nella natura dell’uomo il fondamento per la vittoria del principio del bene su quello del male ed è anche risolta la problematica fondamentale, dalla quale avevano preso le mosse le riflessioni di Kant. La forma etica di società che deve sorgere, che Kant definisce ‘chiesa invisibile’ (“unsichtbare Kirche”) e vede quale realizzazione del regno di Dio sulla terra, costituisce dunque la risposta alla domanda sul modo in cui l’uomo deve ristabilire in se stesso l’egemonia della disposizione del bene sulla disposizione al male.

Con questa conclusione termina il terzo capitolo ed è conclusa la tematica principale della Religionsschrift. Quel che Kant nel quarto ed ultimo capitolo ancora tratta([162]) sono alcuni temi, i quali non riguardano più però la domanda di carattere teoretico sulla possibilità di una religione pura, bensì quella di carattere pratico riguardante l’organizzazione esteriore della chiesa universale e soprattutto la differenza tra la forma vera e quella falsa delle funzioni religiose. A questo proposito egli si occupa della religione cristiana sia come religione naturale sia come religione dotta.

In rapporto a Hegel è particolarmente importante la seconda parte di questo ultimo capitolo.([163]) In essa vengono trattati da Kant i pericoli collegati alle fedi storiche, come per esempio antroporfismo, superstizione, feticismo etc. Kant si esprime in modo molto duro contro queste false forme di fede religiosa, che egli definisce “superstizione” (“Afterdienst”) e “follia religiosa” (“Religionswahn”).([164]) Egli individua in esse soprattutto il pericolo che il popolo venga allontanato ancora di più dalla religione razionale, in quanto esso viene “derubato della libertà morale”. In questo modo la fede storica diventa un ostacolo alla realizzazione della religione razionale definitiva, anziché essere una stazione intermedia sulla via verso la sua realizzazione.

NOTE

[151]) Si veda p. 50 dell’edizione della ‘Akademie der Wissenschaften’, cui si riferiscono tutte le cita­zioni seguenti. La traduzione italiana è sempre la mia.

[152]) In rapporto a questa parte contengono le prime due parti, in particolare la prima, la posi­zione del problema, mentre la quarta ed ultima parte contiene un’applicazione dei risultati alla realtà sociale e storica.

[153]) “L’invidia, la brama di potere, il desiderio di possedere e la connessa inclinazione all’inimicizia assalgono ben presto la sua natura, in se stessa sobria, non appena egli è tra altri uomini [...]” (p. 93-94). L’influsso di Rousseau su Kant appare in modo evidente in questo pensiero.

[154]) Tutte le citazioni si trovano alla p. 98.

[155]) “Also ist ein ethisches gemeines Wesen nur als ein Volk unter göttlichen Geboten d.i. als ein Volk Gottes, und zwar nach Tugendgesetzen, zu denken möglich” (p. 99).

[156]) “Die sichbare ist die wirkliche Vereinigung der Menschen zu einem Ganzen, das mit jenem Ideal zusammenstimmt” (P. 101).

[157]) “C’è soltanto una (vera) religione; ma ci possono essere molti tipi di fede” (“Es ist nur eine (wahre) Religion; aber es kann vielerlei Arten des Glaubens geben”) ( p.107).

[158]) Anche in questo caso è chiaramente individuabile l’influsso di Rousseau.

[159]) “[...] wegen des natürlichen Bedürfnisses aller Menschen, zu den höchsten Vernunftbegrif­fen und Gründen, immer etwas Sinnlichhaltbares, irgend eine Erfahrungsbestätigung u.d.g. zu verlangen, [...] irgend ein historischer Kirchenglaube, den man auch gemei­niglich schon vor sich findet, müsse benutzt werden” (p. 109).

[160]) “der Geist Gottes, der uns in alle Wahrheit leitet”.

[161]) “das oberste Prinzip aller Schriftauslegung” (p. 112)

[162]) Del vero e del falso culto sotto il dominio del buon principio, o della religione e del regime clericale

[163]) Del falso culto di Dio in una religione statutaria

[164]) Cfr. pp. 170-171.

 

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