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2002(1): J.F. Flatt, il maestro di Hegel.  Il dibattito sulla teologia morale kantiana in Germania t

2002(1): J.F. Flatt, il maestro di Hegel. Il dibattito sulla teologia morale kantiana in Germania t


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2002

Johann Friedrich Flatt, il maestro di Hegel.

Il dibattito sulla teologia morale kantiana in Germania tra il 1785 e il 1795

di

Marco de Angelis

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Dissertazione filosofica
Napoli 2002

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Testo cartaceo  non ancora pubblicato

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Testo digitale: qui sotto

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Prima Parte 

1. I PRESUPPOSTI

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§5 Immanuel Kant e l’origine della problematica teologico-morale

La problematica teologico-morale è formata in linea generale da due questioni particolari: la questione riguardante la fondazione della morale e quella riguar­dante la promozione (‘Beförderung’) della medesima.([32])

La questione della fondazione della morale viene trattata da Kant soprat­tutto nella Dialettica della ragion pura pratica, mentre la problematica della ‘Beförderung’ della moralità negli esseri umani forma il contenuto fondamen­tale dell’Analitica della ragion pura pratica ed in particolare del terzo capitolo Dei moventi della ragion pura pratica.

Entrambe le questioni stimolarono un serrato dibattito nella Germania d’allora e, per ben comprendere tale dibattito, è necessario in primo luogo riper­correre analiticamente il differenziato ragionamento kantiano.

 

§6 Il ribaltamento del rapporto di fondazione tra religione e morale operato da Kant

L’aspetto principale della filosofia kantiana, in relazione alla tematica della fon­dazione della morale, è senz’altro il suo ribaltamento nei confronti della tradi­zione, sia filosofica sia religiosa. Di particolare importanza è, per la tematica qui trattata, il ribaltamento nei confronti della tradizione religiosa.

Nell’ambito della teologia cristiana v’è un chiaro rapporto di dipendenza della morale dalla religione. L’esistenza di Dio come creatore del mondo costi­tuisce infatti il presupposto per tutte le varie indicazioni morali che, in forma di precetti, vengono fornite agli uomini. Nel Cristianesimo la religione fonda la mo­rale, un’autonomia della morale è nell’ambito di tale religione del tutto impen­sabile ed inaccettabile.

Questo saldo ed inscindibile legame tra religione e morale viene completa-mente meno nell’ambito della filosofia kantiana. Poichè la critica della ragion pura, nella dialettica trascendentale, ha condotto alla conclusione logica che l’esistenza di un dio non ha alcun fondamento razionale e scientifico ed è solo un ideale della ragione, è evidente che su tale base, estremamente fragile, non possa venir fondata alcuna morale.

A Kant pertanto, per essere conseguente nel punto di vista trascendentale adottato, non restava che scegliere la via dell’autonomia della morale. L’alternativa sarebbe stata il rinunciare alla morale.

La via dell’autonomia della morale si rivela praticabile e percorribile, come dimostrano sia la Fondazione della metafisica dei costumi (1785) sia la Critica della ragion pratica (1788).

Il nuovo fondamento della morale diventa il fatto della ragione e della li-bertà, come lo definisce il maestro di Königsberg. Che l’uomo sia razionale e che in base a tale razionalità sia capace di scegliere e sia dunque libero, è un dato di fatto, qualcosa che non ha bisogno di essere dimostrato, ma si dimostra da sé.([33]) Tale ‘fatto’ può far da fondamento all’intero edificio della morale che neppure esisterebbe se non si basasse proprio su di esso, presupposto indispen­sabile d’ogni morale.

Su tale principio autodimostrantesi Kant fonda la propria morale, i cui con­cetti fondamentali, ben noti, sono esposti soprattutto nel testo del 1788. L’intero svolgimento del discorso morale kantiano si snoda senza alcun bisogno di far ri­corso né alla religione né all’esistenza di un dio in qualsiasi altra forma. Kant elabora una morale completamente autonoma, autofondantesi ed autoesplican­tesi. Anzi, al termine dell’elencazione dei vari concetti ed aspetti della morale, egli, attraverso la teoria dei postulati, trova il modo di recuperare la religione, concedendo ad essa, priva di fondazione autonoma, una fondazione tramite la morale. Il postulato dell’esistenza di Dio e quello dell’immortalità dell’anima giustificano - ma non dimostrano - la religione. L’esigenza presente negli uomini di poter credere alla realizzabilità dell’ideale morale della santità, tramite la propria perfettibilità all’infinito, richiede infatti la fede in un mondo che effettivamente sia tale da render ciò possibile. Occorre postulare un dio che abbia creato il mondo in modo tale che in esso possa esser realizzabile quella morale le cui leggi, autofondantesi, sono deducibili dalla ragione umana.

In sintesi, secondo Kant, la morale è autonoma, poiché si fonda sulla ragione e sulla libertà in quanto ‘fatti’, mentre la religione, al contrario, può essere  ammessa soltanto come postulato necessario a dare una prospettiva di realizzabilità alla morale.

 

§7 La questione della ‘Beförderung’ della moralità

Il secondo aspetto della problematica teologico-morale sollevata da Kant ri­guarda il lato più propriamente soggettivo ed umano della morale, ossia il con­cetto di ‘movente’ (Triebfeder). Kant lo definisce nel modo seguente:

“[...] il motivo determinante soggettivo della volontà di un essere, la cui ragione, già per sua natura, non è conforme necessariamente alla legge oggettiva [...]”

(trad. it. p. 89).

“[...] der subjektive Bestimmungsgrund des Willens eines Wesens [...], dessen Vernunft nicht, schon vermöge seiner Natur, dem ob­jektiven Gesetze notwendig gemäß ist [...]” (or. ted. p. 127).

Tale concetto svolge un ruolo centrale nella costruzione della filosofia morale kantiana, in quanto vi è una discrepanza tra la legge morale oggettiva e la ragione umana soggettiva, che occorre eliminare.

Il tema fondamentale del terzo capitolo Dei moventi della ragion pura pra­tica è proprio la determinazione della modalità con la quale questa discrepanza possa venir eliminata senza che vada perduta l’autonomia della ragion pura pratica, esposta e dimostrata da Kant nel primo e nel secondo capitolo. Con le parole del filosofo:

“[...] il motivo determinante oggettivo dev’essere sempre e nello stesso tempo il solo motivo determinante soggettivo sufficiente dell’azione, se questa non deve osservare sol­tanto la lettera della legge senza contenerne lo spirito” (p. 89).

“[...] der objektive Bestimmungsgrund je­derzeit und ganz allein zugleich der subjek­tiv - hinreichende Bestimmungsgrund der Handlung sein müsse, wenn diese nicht bloß den Buchstaben des Gesetzes, ohne den Geist desselben zu enthalten, erfüllen soll.” (127-128)

Secondo il filosofo di Königsberg occorre dunque comprendere

“[...] in che modo la legge morale diventi mo­vente, e cosa avvenga quando essa è tale, nella facoltà di desiderare, come effetto di quel motivo determinante su questa facoltà”

(p. 90).

“[...] auf welche Art das moralische Gesetz Triebfeder werde, und was, indem sie es ist, mit dem menschlichen Begehrungsvermö­gen, als Wirkung jenes Bestimmungsgrundes auf dasselbe vorgehe.” (p. 128)

Tale questione viene trattata da Kant distinguendo tra sentimento morale e sentimenti patologici. I sentimenti patologici hanno origine nel senso interno dell’essere umano e sono indipendenti dalla sua ragione. Si tratta dei differenti istinti e delle varie inclinazioni costituenti la sua sensibilità. Il sentimento morale, al contrario, ha origine nella stessa ragione e consiste fondamentalmente nel rispetto per se stesso che prova l’essere umano, il quale ha agito nel rispetto della legge morale.

Il sentimento morale è quindi un movente soggettivo all’azione, stret-tamente collegato all’oggettività della legge morale. Chi vive secondo i principi della legge morale perché è convinto della loro validità oggettiva e di conseguenza sente rispetto per se stesso, agisce in modo puramente morale([34]) e non meramente legale, dal momento che il rispetto per se stesso come premio dell’agire morale è una sua conseguenza e non un suo presupposto.

Pertanto la legge morale, che ha in sé validità oggettiva, diventa pertanto soggettiva tramite il sentimento morale e questo è l’unico movente soggettivo al comportamento morale che Kant riconosca come moralmente valido.

Kant ritiene di aver risolto in tal modo la questione fondamentale del terzo capitolo della sua opera, cioè la questione della discrepanza tra l’oggettività della legge morale e la soggettività della volontà umana. La legge morale - avente validità oggettiva - ed il rispetto per se stessi - che viene provato soggetti­vamente - sono le due facce di un’unica medaglia, costituita dal comportamento morale dell’essere umano.

Così il filosofo ha chiarito in qual modo “[...] il motivo determinante oggettivo dev’essere sempre e nello stesso tempo il solo motivo determinante soggettivo sufficiente dell’azione”, così come egli formula la questione fondamentale di questo capitolo al suo inizio.

 

§8 Karl Leonhard Reinhold: la difesa e divulgazione della filosofia di Kant e l’affermazione del primato della morale sulla religione (1786-1789)

Un pensatore che visse in prima persona - non solo da intellettuale, ma anche nella propria vicenda biografica - la lotta interiore propria dell’illuminismo tedesco, tra il bisogno di religiosità ed allo stesso tempo il desiderio di razionalità, fu Karl Leonhard Reinhold (Vienna, 26 Ottobre 1757; Kiel, 10 Aprile 1823).([35])

La sua vicenda biografica([36]) è estremamente interessante in quanto fornisce il modello di un percorso spirituale esemplare per la Germania del tempo. Come si esprime von Schönborn:

“Si potrebbe senz’altro definire Reinhold come tipo ideale (Idealtypus) dell’illuminismo” (1991, p. 10).

 

§9 Lo sviluppo intellettuale

I primi studi sono caratterizzati dalla frequenza del noviziato gesuita (dalla fine del 1772 alla fine del 1773) e poi del collegio barnabita (a partire dalla fine del 1774).([37]) Il rapporto tra Reinhold e l’ambiente religioso sembra essere stato al­meno in questi anni di soddisfazione reciproca.([38])

Nel 1780, all’età di 23 anni, Reinhold divenne insegnante di filosofia presso lo stesso ordine dei Barnabiti, dove aveva studiato. Le discipline propriamente filosofiche, ch’egli dovette trattare, furono logica, metafisica ed etica.

Proprio l’approfondimento dello studio della filosofia con buona probabilità diede inizio ad un processo di crisi interiore rispetto al valore assoluto di verità della religione ed in particolare del cattolicesimo che portò Reinhold nel giro di pochi anni su di un terreno speculativo del tutto nuovo.

Tale processo si articolò in due fasi principali: nella prima fase - all’incirca dagli inizi degli anni ‘80 sino al 1785 - Reinhold si schierò su posizioni filosofi­che vicine alla corrente massonico-illuminista della Vienna di quegli anni; nella seconda fase - a partire dal 1785 - il pensatore aderì al kantismo, divenendone il paladino ufficiale ed il maggior sostenitore.([39])

 

La prima fase

Zwi Batscha, studioso che ha approfondito con particolare attenzione i primi anni della formazione del pensiero di Reinhold, ben definisce l’atteggiamento intellettuale del filosofo in questa fase come quello di un “cattolico critico” (1977, p. 11).

A partire dal 1782 fino ancora al 1785 - quando egli aveva ormai la­sciato Vienna e si era trasferito a Weimar - l’ancor giovane monaco barnabita, ma allo stesso tempo anche filosofo, pubblica infatti diversi lavori di varia na­tura (recensioni, articoli, saggi) sulle due riviste della loggia massonica Zur wahren Eintracht,([40]) della quale era membro: Journal für Freymaurer (Giornale per Massoni) e Wiener Realzeitung (Giornale Reale Viennese). Ovviamente egli pubblica celandosi dietro uno pseudonimo (Dr.).

In questi primi lavori Reinhold, in modo sempre più deciso, prende posizione a favore dell’illuminismo, in tutti i suoi vari aspetti, e contro l’oscurantismo, soprattutto del cattolicesimo dell’epoca.([41])

Questa posizione fortemente critica nei confronti del cattolicesimo istitu­zionale, che pian piano si stava delineando nell’animo del Reinhold, col passare del tempo non poteva non portare alla ferma decisione di abbandonare l’ordine, cosa che avvenne nel maggio del 1784 con la fuga da Vienna a Weimar.([42])

 

La seconda fase

Con l’arrivo a Weimar cominciò la seconda fase di questa prima evoluzione filo­sofica del Reinhold. Essa fu dominata dal kantismo. Come già nella prima,  anche in questa fase Reinhold svolse un’immensa attività pubblicistica. Il pulpito, dal quale egli diffuse le sue idee, fu la rivista Teutscher Merkur, diretta dal Wieland([43]) e della quale egli divenne dall’estate del 1786 coeditore.([44]) A partire dal 1787, soprattutto grazie al successo delle prime Lettere sulla filosofia kantiana, apparse sin dal 1786 sul Teutscher Merkur, Reinhold venne chiamato all’università di Jena come professore di filosofia.

Gli anni immediatamente seguenti segnano sicuramente il momento culmi­nante della fase kantiana di Reinhold e quindi rappresentano anche gli anni di maggior interesse per quanto riguarda la problematica teologico-morale qui trattata. Sono gli anni del completamento della pubblicazione delle Lettere sulla filosofia kantiana nonché della pubblicazione degli altri lavori nei quali Reinhold cercò non solo di difendere e diffondere il kantismo, ma anche di perfezionarlo tramite spunti per­sonali. Si tratta in particolare delle seguenti opere:

- Versuch einer neuen Theorie des menschlichen Vorstellungsvermögen (or. Praga e Jena, 1789; it.: Tentativo di una nuova teoria della facoltà rappre­sentativa umana);

- Beyträge zur Berichtigung bisheriger Missverständnisse der Philosophen (Jena, 1790; it. Contributi alla correzione di malintesi verificatisi fino ad oggi tra i filosofi);

- Ueber das Fundament des philosophischen Wissens (Jena, 1791; it.: Sul fon­damento del sapere filosofico).

Questi lavori, i cui singoli capitoli sovente apparvero come saggi nel Teutscher Merkur, rappresentano senz’altro i momenti più significativi del contributo reinholdiano alla discussione sulla filosofia kantiana, stimolata ed avviata proprio dall’ex-monaco.

In riferimento alla tematica teologico-morale sono rilevanti soprattutto i la­vori pubblicati fino al 1789, poiché nelle pubblicazioni del 1790 e 1791 Reinhold, invece, si sofferma principalmente su questioni di carattere eminentemente teoretico, in particolar modo riguardanti la teoria della conoscenza.

I lavori citati, con buona probabilità, costituiscono - anche considerando l’intera opera del Reinhold - il contributo filosofico più interessante da lui lasciato ai po­steri.

 

§10 Il senso dello sviluppo intellettuale di Reinhold e la ‘ricerca di un saldo Erkenntnisgrund’

L’importanza della biografia di Reinhold in riferimento alla problematica teologico-morale non è ovviamente da vedere nelle mere vicende personali (frequenza di questo o quel collegio, appartenenza a questa o quella loggia etc.), bensì nel significato esistenziale che si cela dietro queste vicende, costituendone da una parte il fattore attivo, dunque il motore e la causa di quei cambiamenti, dall’altra però, per così dire, il sensore, ossia il fattore passivo, riflettente quei cambiamenti.

Infatti Reinhold fu una persona umanamente squisita, illimitatamente gene­rosa e desiderosa di contribuire al progresso dell’umanità, quindi estremamente sensibile e pertanto quasi predestinata a rispecchiare nella propria personalità la problematica di un’intera generazione, di un’intera cultura.

Questo valore esistenziale - ed in tal senso quindi anche profondamente storico-filosofico - dell’esperienza di vita del Reinhold, ossia del modo in cui egli visse in sé il proprio tempo, si rivela non tanto attraverso le sue biografie, le quali, per quanto possano essere redatte da studiosi attenti e vicini emozio­nalmente ed intellettualmente al filosofo, comunque risultano sempre scritte da un punto di vista esteriore ed estraneo rispetto alla vita interiore del pensatore, quanto dalle sue note autobiografiche, come per esempio quelle redatte, per così dire ‘a caldo’,([45]) nella parte centrale([46]) della prefazione al libro del 1789 Versuch ei­ner neuen Theorie des menschlichen Vorstellungsvermögen, il cui titolo è Ueber das bisherige Schicksal der Kantischen Philosophie (Sul successo ottenuto fino ad oggi dalla filosofia kantiana).([47])

In queste pagine Reinhold inizia anzitutto col rivelare i motivi profondi che lo indussero ad approfondire lo studio della filosofia di Kant. Egli confessa esplicitamente che tali motivi furono d’ordine religioso - cosa che del resto non ci stupisce, considerato lo ‘spirito dell’epoca’ nella Germania di quel tempo.

Il pensatore racconta di essersi confrontato per diversi anni con la filosofia di Leibniz e Locke, prima di passare allo studio di Kant, e di aver in tal modo “preparato la propria testa” (p. 52) alla filosofia trascendentale. A questa precondizione di carattere speculativo Reinhold ne aggiunge un’altra, re­lativa non alla testa ma al cuore: si tratta del bisogno di trovare pace nel cuore, dopo averla persa sul terreno della speculazione. Come infatti egli scrive, par­lando di sé in terza persona:

“Gli era diventato impossibile credere cieca­mente come prima [...]” (p. 53).

"Es war ihm unmöglich geworden, blind, wie vorher, zu glauben […]"

Reinhold si riferisce dunque alla pace religiosa, ossia relativa alle domande ed ai dubbi riguardanti l’esistenza dell’uomo, come egli si esprime in modo molto chiaro nel passo immediatamente successivo:

“Tramite la sua educazione la religione gli era diventata non solo la prima, ma in certo modo l’unica occupazione([48]) dei suoi primi anni di vita. Educato asceticamente ad asceta, coltivò quel che egli chiamava l’opera della sua sal­vezza con tutta la vivacità giovanile del suo temperamento; e così sentimenti, che di certo non sono del tutto estranei ad alcun cuore umano, ma che dalle circostanze esteriori delle persone vengono favoriti in modo così disuguale, nel suo [cuore] divennero salde e indelebili inclinazioni” (p. 52).

"Durch feine Erziehung war ihm Religion nicht nur zur ersten, sondern gewisser maffen zur einzigen Angelegenheit feiner früheren Lebensjahre gemacht. Asceti ch zum Asceten gebildet trieb er das, was er das Werk feines Heils nannte, mi taller jugendlichen Lebhaftigkeit feines Temperaments; und fo wurden Gefühle, die wohl keinem menfchlichen Herzen ganz fremde find, aber die von den äuffern Umftänden der Per onen fo ungleich begünftiget werden, in dem feinigen zu feften und unvertilgbaren Neigungen."

Da queste considerazioni autobiografiche preliminari si può dunque ricavare una prima immagine della condizione spirituale del giovane filosofo intorno al 1785 (v. p. 51 dell’autobiografia), quando egli cominciò ad approfondire lo studio della Critica della ragion pura. Tale immagine si basa sul binomio testa-cuore:

- ‘testa’ sta per ragione, approfondimento di tutte le questioni, anche di quelle religiose formanti “l’unica occupazione” del giovane Reinhold. In questo senso ‘testa’ indica dunque filosofia, speculazione, metafisica;

- ‘cuore’  sta per sentimenti, anzitutto quelli di carattere etico-religioso, che Reinhold ci confessa essere stati il perno della sua personalità e della sua educa­zione giovanile. ‘Cuore’ indica dunque ascetismo, religione, morale.

Risulta evidente dal racconto di Reinhold che prima di dedicarsi allo studio di Kant tali due dimensioni della sua personalità intellettuale erano scisse, ovvero la ‘testa’, nonostante lo studio di Leibniz e Locke, non riusciva a fornire delle risposte adeguate alle domande del ‘cuore’. Da ciò nasceva evidentemente uno stato d’insoddisfazione intellettuale, un bisogno

“[...] di ritrovare la pace del proprio cuore per una nuova via [...]”

 

come il giovane pensatore felicemente si esprime (p. 52).

Questa nuova via gli viene offerta a partire dal 1785 dalla lettura approfon­dita della Critica della ragion pura. Egli si confrontò con la Critica in quanto

“[...] riteneva d’aver percepito in essa infatti tra gli altri anche il tentativo di rendere i fon­damenti conoscitivi (‘Erkenntnisgründe’) della religione e della morale indipendenti da qualsiasi metafisica” (p. 54).

"[…]nachdem er an derselben unter andern auch den Versuch wahrzunehmen glaubte, die Erkenntnissgründe der Grundwahrheiten der Religion und der Moral von aller Metaphysik unabhängig zu machen." ctrl

Alla pagina precedente Reinhold racconta dello studio infruttuoso della metafi­sica dell’epoca, i cui diversi sistemi ad uno studio approfondito non gli erano sembrati essere più che progetti non sviluppati. Essa pertanto non aveva potuto soddisfare al suo bisogno di risposte razionali alle questioni religiose.

Ciò, evidentemente, è proprio quel che il nostro filosofo ottiene dalla lettura di Kant. Infatti alla pagina 56 dell’autobiografia egli apertamente confessa che

“[...] tutti i suoi dubbi filosofici hanno trovato tramite i principi recentemente ricevuti una ri­sposta in un modo pienamente soddisfacente per la testa ed il cuore, per sempre decisivo, sebbene del tutto inaspettato.” (p. 56)

"[…]dass ihm durch die neuerhaltenen Principien alle feine philosophischen Zweifel auf eine Kopf und Herz vollkommen befriedigende, für immer entscheidende, obwohl ganz unerwartete Weise beantwortet sind;"

L’ultima cosa da riferire relativamente all’autobiografia reinholdiana, per quanto riguarda gli anni intorno al 1785, è costituita dalle modalità secondo cui queste esperienze intellettuali sfociarono, a partire dal 1786, nella pubblicazione delle Lettere sulla filosofia kantiana.

Anche in questo caso le motivazioni di fondo sono di carattere religioso. Dopo aver manifestato ancora una volta il proprio carattere generoso,([49]) Rein­hold rivela che, dopo la comprensione del tesoro filosofico-religioso pre­sente nell’opera di Kant, nacque in lui l’esigenza che

“[...] un bene, nel cui possesso egli si sentiva tanto felice, venisse conosciuto ed utilizzato anche da altri” (p. 57).

"[…] ein Gut, in deffen Befitze er fich fo glücklich fühlte, auch von andern erkannt und benutzt würde."

A tal riguardo il pensatore esprime in modo estremamente esplicito quale fosse la motivazione di fondo delle Lettere, ossia questo ‘bene’ ch’egli inten­deva dividere con i propri simili:

“Egli cercò nelle sue Lettere sulla filosofia kantiana di attirare l’attenzione sulla Critica della ragion pura, specialmente tramite quei risultati che derivano dalla stessa per le verità fondamentali della religione e della morale” (ivi).

Er fuchte in feinen Briefen über die kanti che Philo ophie auf die Kritik der Vernunft vorzüglich durch diejenigen Refultate aufmerkfam zu machen, die fich aus derfelben für die Grundwahrheiten der Religion und der Moral ergeben.

Così le Lettere sulla filosofia kantiana, prima opera importante di Reinhold che lo rese famoso e gli valse la chiamata all’università di Jena, contengono la solu­zione razionale e filosofica dei dubbi d’ordine morale e religioso coi quali si era già confrontato il giovane monaco.

 

§11 L’idea fondamentale delle ‘Lettere sulla filosofia kantiana’

Le Lettere sulla filosofia kantiana sono, per così dire, una professione di fede. Reinhold tramite esse intende comunicare ai propri contemporanei i risultati della scoperta, ossia il fatto che la filosofia kantiana contenga in sé la solu­zione di quello che gli sembrava essere, almeno da un punto di vista filosofico, il problema più grande dell’epoca, la situazione di divisione dell’intellettualità tra coloro che affermavano la fondatezza delle verità etico-religiose fondamentali e coloro che invece la negavano.

Questa situazione gli sembrava molto grave per una ragione fondamentale: nessuno dei due ‘partiti’([50]) a suo parere coglieva la verità, ma entrambi sostene­vano concezioni filosoficamente errate. Il motivo di ciò risiedeva a suo giudizio nel fatto che entrambi i partiti non fondavano le proprie teorie su di un saldo ‘Erkenntnisgrund’, termine che in italiano si può rendere letteralmente con l’espressione ‘fondamento conoscitivo’.

Questa condizione d’insufficienza a livello logico o, per meglio dire, gno­seologico, appariva a Reinhold particolarmente pericolosa, in quanto il risultato di una diatriba, nella quale nessuna delle due parti riusciva ad argomentare in modo scientificamente corretto e dunque convincente, era l’impossibilità di per­venire ad una conclusione stabile ed universalmente riconosciuta, dunque, in ul­tima analisi, la totale perdita di fiducia nella religione.

In effetti proprio questo è quel che Reinhold - non a torto generalizzando la propria esperienza interiore - ritiene di individuare nello spirito del proprio tempo. Nella filosofia di Kant egli, al contrario, trova proprio quel che a suo pa­rere mancava alle altre concezioni filosofiche, ossia il saldo ‘Erkenntnisgrund’. Si tratta della fondazione della religione sull’etica, ossia della dottrina kantiana dei postulati della ragion pratica. A giudizio di Reinhold tale dottrina è adatta a costituire la fondazione filosofica delle verità fondamentali della religione, ossia dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima. Dunque il contenuto del kantismo e quello del cristianesimo, a suo parere, finiscono col coincidere. La dif­ferenza consiste nella fondazione a livello logico-filosofico, presente nel kanti­smo ed assente nel cristianesimo.

Così Reinhold ritiene di aver trovato il saldo ‘Erkenntnisgrund’ della reli­gione e quindi d’averla salvata dalla crisi in cui essa versava.

È appunto questa la scoperta fondamentale che il pensatore tramite le Lettere intende comunicare ai contemporanei, i quali - come già sappiamo dallo scritto Sul successo ottenuto fino ad oggi dalla filosofia kantiana - non avevano ancora compreso tale senso profondo ed innovativo del pensiero del maestro di Königsberg.

 

NOTE

 

 

[32]) La parola ‘promozione’ o ‘promovimento’, uno dei concetti chiave del dibattito teolo­gico-morale innescato dalla Critica della ragion pratica è la traduzione letterale dell’espressione tedesca ‘Beförde­rung’, la quale occupa una posizione centrale sia nel testo kantiano sia, soprattutto, nelle pubblicazioni dei suoi vari sostenitori e oppositori.

[33]) Cfr. Fondazione..., pp. 115-116 e Critica della ragion pratica, l’intera prefazione.

[34]) Secondo l’espressione kantiana: ‘ächt moralisch’

[35]) In riferimento all’esatta data di nascita di Reinhold, così chiarisce von Schönborn (1991, p.30): “La data di nascita del padre, indicata da Ernst Reinhold e dopo di ciò utilizzata da ognuno dei suoi biografi, è erronea. K.L. Reinhold non nacque il 26-10-1758, bensì preci­samente un anno prima. C’è voluto più di un secolo e mezzo, affinché questo errore ve­nisse corretto, sebbene già nel 1803 Johann Georg Meusel avesse riferito: ‘Reinhold (K.L.), secondo propria asserzione, è nato nel 1757’ (Das gelehrte Teutschland oder Lexi­kon der jetzt lebenden Teutschen Schriftsteller, nota 16, 1803, vol. 10, p. 463)”.

[36]) Per le vicende biografiche del Reinhold si sono utilizzati i seguenti lavori: K.L. Reinhold (da Tentativo di una nuova teoria della facoltà rappresentativa umana, 1789, l’autobiografia contenuta alle pagine 51 ss.), E. Reinhold (1825), Zwi Batscha (1977), von Schönborn (1991).

[37]) Cfr. Batscha, 1977, pp. 13-15.

[38]) Cfr. von Schönborn, 1991, p. 11.

[39]) Com’è noto, in seguito, la vicenda intellettuale portò Reinhold a percorrere molte altre fasi, sia d’adesione ad altri sistemi filosofici sia di elaborazione di idee proprie ed originali. Queste fasi, però, si svilupparono a partire dalla pubblicazione della Dottrina della Scienza di Fichte (1794), quindi abbracciano un arco di tempo che va ben al di là di quello che è oggetto del presente lavoro. Per questo motivo esse  non verranno trattate.

[40]) Traducibile in italiano con l’espressione: ‘Verso la vera concordia’. Gli scopi fondamen­tali della loggia erano due: in senso positivo, l’affermazione della libertà di parola e di stampa; in senso negativo, la lotta alla superstizione ed ai suoi principali rappresentanti, gli ordini monastici (cfr. Batscha, 1977, p. 18).

[41]) Questi primi lavori reinholdiani sono stati pubblicati e presentati criticamente dal Batscha nel suo lavoro del 1977 (soprattutto a partire dalla pagina 24), al quale pertanto qui si rin­via. Tali lavori non contengono ancora espliciti accenni a Kant e quindi alla problematica teologico-morale trattata.

[42]) Per le vicende anche avventurose di questa fuga cfr. Batscha, 1977, p. 23.

[43]) Su di essa si veda il lavoro di Hans Wahl Geschichte des Teutschen Merkurs (Berlin, 1914). Il cap. VIII Nuovo corso. Ascesa. Il periodo kantiano. ‘Anti-soprannaturalismo’ e rischiaramento religioso. Prima eco della rivoluzione (1783-1789) riguarda il periodo di più intensa collaborazione del Reinhold ed i vari sottotitoli offrono una più che chiara im­magine della direzione presa dalla rivista, proprio in riferimento alla problematica filosofico-religiosa.

[44]) Cfr. Wahl, 1913, pp. 168 ss. e Batscha, 1977, p. 23.

[45]) Uso qui l’espressione ‘a caldo’ in quanto nel 1789 Reinhold si trovava ancora nella fase centrale della sua operazione di difesa e diffusione della filosofia di Kant. Non si tratta di note autobiografiche scritte verso il termine della vita, ma di riflessioni sul senso religioso della filosofia kantiana redatte soltanto quattro anni dopo la sua adesione - proprio per motivi religiosi - al kantismo.

[46]) Si tratta della parte ‘soggettiva’ del medesimo.

[47]) Questo saggio importantissimo di Reinhold venne pubblicato da lui per ben tre volte nel medesimo anno; oltre che come prefazione al testo suddetto, esso fu edito quale monografia autonoma e come articolo nel Teutscher Merkur (v. i numeri 32 e 33 della bi­bliografia di von Schönborn). Queste diverse apparizioni presentano soltanto alcune pic­cole differenze stilistiche, ma sono identiche nel contenuto.

[48]) Il termine ‘Angelegenheit’ significa “faccenda”, “affare”, “occupazione”.

[49]) Come risulta non solo dalla biografia del figlio Ernst (v. p. 43), ma anche da racconti di molti altri suoi conoscenti (cfr. von Schönborn, p. 10).

[50]) Come si esprime Reinhold a proposito delle varie correnti di pensiero attive all’epoca.

 

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